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Sentenza Ilva: abitare il desiderio degli oppressi

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«videro le feste dei diversi,
non videro ciò che i diversi vedevano.
Li videro vedere, non videro l’oggetto della visione,
o almeno non lo videro con gli occhi dei veggenti
ma solo con gli occhi dei voyeurs»
Furio Jesi, Il tempo della festa

La sentenza della Corte d’Assise di Taranto in merito al processo ‘’Ambiente Svenduto’’ ha fatto rapidamente il giro d’Italia. Ad essere condannati spiccano soprattutto i nomi di Nicola e Fabio Riva, Girolamo Archinà, Lorenzo Liberti, Giovanni Florido e Nichi Vendola. Immediatamente dopo la pronuncia, fuori dall’aula di Tribunale e sui social sono andate in scena reazioni profondamente polarizzate. Da una parte chi esulta per la decisione della Corte, dall’altra chi sostiene, in buona sostanza, che «non c’è nulla da festeggiare!». 

A noi pare che qualcosa sia di indubbia importanza: in questa fase specifica, può essere molto importante interrogarci se e in che termini questa decisione parla anche a chi invoca giustizia e non si accontenta delle decisioni dei Tribunali. 

Taranto: sogni e risvegli di una città infelice

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Perché facciamo così fatica a parlare di Taranto. 

In questo mese ci siamo interrogati spesso su cosa scrivere e se necessario farlo rispetto ad alcune questioni. Tuttavia alla domanda «Ma a Taranto cosa succede?» ci siamo resi conto che, per qualche istante, eravamo interdetti, come se qualcosa di fondo rimanesse inespresso, rendendoci incapaci di formulare una risposta decisa e concreta. In realtà a Taranto ne succedono di ogni, ma a saltare completamente negli ultimi anni sono stati alcuni punti fermi – probabilmente solo i nostri e di qualcun altrə con cui abbiamo condiviso delle idee, delle suggestioni – che consentivano di avere una lettura più chiara e critica del presente.  

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