Pubblichiamo un estratto di StiT – Sul tifare il Taranto (Esculapio, 2018) di Michele Dentico. Nell’approssimarsi di due appuntamenti caratterizzanti l’habitat socioculturale della città – i riti della settimana santa e il derby, dopo 29 anni, tra Taranto – Bari -, le righe qui riportate ci sembrano particolarmente pertinenti ad inquadrare e descrivere un campo più ampio in cui si scontrano le diverse forze che animano la città. C’è un po’ di tutto: dalla composizione dello “zoccolo duro” della tifoseria all’espressione delle identità tarantine, dalla figura di Erasmo Iacovone all’assenza della tifoseria rivale. L’estratto fa parte delle conclusioni della ricerca (pp. 177-184). Buona lettura:

LO ZOCCOLO DURO

Esistono movimenti semiotici che almeno in parte costituiscono una reazione di autodifesa attraverso i quali è stato possibile per lo zoccolo duro “resistere” a una serie importante di eventi negativi e controversi e continuare così a dare un senso al tifare il Taranto.

È interessante notare come le sconfitte vengano spesso affrontate con lo spirito che caratterizza i tifosi estremi, secondo i quali “solo gli ultras vincono sempre”, uno slogan che potrebbe trovare terreno fertile in questa “eterna condizione” del tarantino e che aiuterebbe a neutralizzare la dicotomia tra vittoria e sconfitta: se si vince sempre, non si vince mai. Se c’è quindi una larga fetta di ex e potenziali fruitori dello stadio che è stato investito da questa ondata di disaffezione, di indifferenza e di apatia, dall’altra parte possiamo ritrovare quasi costantemente allo stadio una comunità della domenica (Bromberger, La partita di calcio. Etnologia di una passione, 1989), dove diversi soggetti si riconoscono anche nella loro dimensione collettiva e che, in questa situazione di scoramento, impotenza e insoddisfazione – tratti che sono in continuità con la sfera politica cittadina –, ha forse trovato una maniera sportivamente drammatica in cui ri-conoscersi uniti. In una città che nonostante i drammi quotidiani di tipo socio-economico e sanitario non riesce a trovare sintesi tra le diverse rivendicazioni, la pratica di tifo e di fruizione dello Iacovone apre a nuove modalità di interiorizzazione ed espressione collettiva delle problematiche, come anche di dialogo, tra le varie anime che la vivono e la fanno significare. Sul lato prettamente sportivo, la città si divide in una grande maggioranza, mossa da sdegno e repulsione, a cui si oppone lo zoccolo duro, composto da circa quattro-cinquemila persone che sembrano mosse da un complesso investimento valoriale, quasi una sfida nei confronti di quello che sembra essere un fato avverso, una maledizione. Un sentimento che trova spazio di espressione intorno alla figura mitica di Erasmo Iacovone, la cui funzione all’interno della cultura socio-sportiva tarantina meriterebbe uno studio ben più profondo. Iacovone rappresenta non solo il sogno spezzato di un’intera comunità, che dal 1978, anno della sua morte, ha conosciuto un lento declino sportivo pari a quello socio-economico, ma l’investimento di valore che la comunità compie su questa figura è ammantato di una nostalgia che fa riferimento a “un calcio che non c’è più”, che conservava tutti quei tratti che conferivano un certo piacere nell’andare allo stadio e che sono man mano venuti meno nel corso del tempo. Se il mito di Maradona ha trovato terreno fertile nella comunità napoletana, con la quale condivide nel bene e nel male alcuni tratti caratteristici, differente è il discorso di Iacovone. La descrizione del personaggio, come schivo e serio, sembra avere poco o nulla in comune con la tarentinità tranne appunto un fato avverso e dannato. Una figura che nonostante appartenga a un passato non più così recente, viene ricordata ogni anno dalla tifoseria, allo stadio, nei giorni vicini all’anniversario della sua morte. Iacovone è forse l’unico elemento capace di narcotizzare conflittualità e differenze valoriali inevitabilmente presenti all’interno di una tifoseria così eterogenea, e attorno al quale una comunità può forse specchiarsi proprio in funzione delle differenze che lo caratterizzano e della maledizione che li lega e li accomuna. Una delle possibili direttrici in cui la ricerca avrebbe potuto inserirsi sarebbe potuto essere proprio questo: in una città che vive la rassegnazione e l’impotenza come sentimenti caratterizzanti a causa degli eventi che l’hanno coinvolta negli ultimi anni la presenza di una comunità di persone che continua imperterrita nella sua militanza è un aspetto da non sottovalutare. […]

LA PRESENZA DELL’ASSENZA DEI RIVALI

Un aspetto caratterizzante dell’esperienza che viene meno è quindi la libertà di partecipare-insieme (giocatori e spettatori, compagni e rivali) euforicamente e tensivamente a un dramma; libertà intesa come la libera attualizzazione di quel regolamento non scritto, implicito, indeterminato, nondimeno rischioso, presupposto dall’incontro con l’altro, che assume la forma della presenza assordante della sua assenza. Esso si profila come un vero e proprio esercizio collettivo dell’autocontrollo (e allo stesso modo era una palestra del conflitto), che. come la battaglia per “l’egemonia comunicativa” (Dal Lago, Descrizione di una battaglia, 1990, p. 127) che le due tifoserie combattono, rende(va) caratterizzante “lo stare allo stadio”. Tutt’ora i media offrono ampie inquadrature dei tifosi estremi durante la loro pratica per conferire maggior spettacolarità a ciò che offre l’incontro sportivo. Come spiega Bromberger, infatti:

Il calcio attinge la sua forza drammatica dalle caratteristiche agonistiche del gioco, che oppone i “buoni” (“noi”) e i “cattivi” (“gli altri”), e dalla forza emotiva di una storia incerta che si costruisce davanti agli spettatori i quali possono, o pensano di potere, influenzarne l’esito.

christian Bromberger, la partita di calcio. etnologia di una passione, p. 85.

Questa precisa descrizione aiuta a comprendere questa meccanica: se infatti “i tifosi guardano, agiscono e danno spettacolo” (ivi, p. 217), nel momento in cui lo spettacolo mostrato è scarso soprattutto a Taranto, almeno paragonandolo a ciò che attualmente è possibile godere con estrema facilità attraverso la tv o internet, più che la prima saranno le altre due dimensioni a conferire senso, che vengono però ostacolate dalle misure restrittive. Con l’assenza dei rivali, stare insieme insieme allo stadio risulta monco, in quanto può assumere un significato rilevante solo quando comprende anche gli antagonisti: L’altro è ciò che mi consente di non ripetermi all’infinito (Baudrillard, La trasparenza del male. Saggio sui fenomeni estremi, p. 189). […]

LO IACOVONE COME LUOGO IDENTITARIO

Lo stadio Iacovone, invece, si configura metaforicamente non solo (e non tanto) come il tempio del tifo, cioè luogo del raccoglimento acritico passivo, quanto piuttosto a tratti come una polis – dai confini chiari e dall’ethos forte. Gli spalti sono la sua agorà: qui, una comunità come quella tarantina che sarebbe contraddistinta da un’atavica passività (Nistri, Tarentinità, un’identità residuale, 2012) invece dialoga, agisce, confligge, si esprime e trova finalmente spazi semiotici di autorappresentazione. Dobbiamo quindi allargare la prospettiva proposta dallo storico Roberto Nistri quando pochi anni fa scriveva che “a conti fatti, una residuale identità tarantina è rappresentabile solo nella ritualità dei Misteri” (ivi, p. 107) della Settimana Santa. Anche lo stadio invece è uno dei luoghi di riferimento di una parte non marginale della sua cittadinanza, uno spazio non anonimo, dove in tanti concorrono alla produzione di una tarantinità, i cui “residui” si manifestano e si sedimentano spesso in modo non conforme a quelle che sarebbero le caratteristiche dei tarantini stereotipiche e comunemente riconosciute. Quelli descritti sono dunque tutti elementi – i risultati sportivi drammatici, le conflittualità, la disillusione, dispositivi istituzionali repressivi e miopi – che a Taranto dividono sostanzialmente gli abitanti in due poli opposti: da una parte abbiamo vecchie e nuove generazioni che si allontanano pian piano e inesorabilmente – e si lasciano andare ironicamente all’ormai classico e canzonatorio Angore rete a u Tarde ve?; dall’altra invece cementificano e rendono in qualche modo più viscerale il rapporto tra lo zoccolo duro della tifoseria e la prassi di sostegno alla squadra della propria città.