Se Taranto ripudia la guerra

Chiamano violento il fiume impetuoso. Ma le sponde che lo comprimono, nessuno le chiama violente. 

Bertold brecht

Nel 1918 lo scrittore Alberto Savinio, in visita a Taranto, definiva la città come una «enorme boa armata» e il Ponte Girevole il suo simbolo più celebre. Qualche giorno fa a seguito del passaggio della nave militare Carabiniere nel canale navigabile di Taranto, un gruppo di persone ha urlato contro «assassini» e esposto striscioni con scritto: «Contro tutte le guerre, contro lo stato d’emergenza, fuori la NATO da Taranto!» ma anche: «Taranto non è città di guerra! Lavoro! No spese militari». Quest’azione di protesta che ha visto protagonista una parte dell’attivismo politico tarantino è un evento che vorremmo provare a considerare nella sua capacità di significare ed evidenziare alcuni caratteri sociali e culturali del tessuto urbano. 

La reazione scomposta della maggioranza dei cittadini, infatti – perlomeno quella che è stato possibile riscontrare sui social -, dimostra come ad essere toccati siano stati dei “nervi scoperti” di buona parte della popolazione, risvegliando così, nella pancia dell’opinione pubblica, due sensazioni omogenee. Da una parte ad essere presi di mira sono “i nostri ragazzi”, che non stanno semplicemente svolgendo il loro lavoro ma «lo fanno per difenderci»; dall’altra emerge come l’apertura del Ponte Girevole rimanga un’icona difficile da scalfire. Basta infatti compiere una banale “prova di commutazione”: se quest’azione non fosse stata compiuta in quest’occasione avrebbe assunto tutt’altro significato e una portata simbolica decisamente differente.

Da questo possiamo evincere una serie di aspetti che possono essere ignorati solo a un primo sguardo sull’accaduto. L’apertura del Ponte è a tutti gli effetti una metafora potentissima, che mostra la subordinazione della città ai voleri dello Stato: quando passa una nave militare la città è letteralmente bloccata, spezzata a metà, mentre il Mar Piccolo, che nell’immaginario delle rinascite è un microcosmo semichiuso appannaggio di pescatori, miticoltori e vogatori, si apre definitivamente all’esterno ai possibili, solo che in questo caso non sono le utopie ma le attualissime distopie delle guerre del mondo. Appare così, “l’apertura”, come un elemento simbolico chiave e potenzialmente conflittuale per chiunque voglia aprire un ragionamento contro la guerra, per la pace tra i popoli e sul tema “Taranto città militarizzata”. 

«Lascia fare al governo!». E infatti la Regia Marina aveva fregiato la ringhiera che limitava il Corso Due Mari, da pilastro a pilastro, di una stella a cinque punte e del nodo di Savoia, come per dire: «Qui regno io!»

Cesare giulio viola

Un aspetto, quest’ultimo, che viene problematizzato solo da una minoranza delle e degli abitanti. Sembra infatti che intorno alla presenza della Marina Militare a Taranto si sia sviluppato un fenomeno di naturalizzazione, come se questa fosse appunto connaturata alla stessa storia di Taranto. È indubbio che la Marina militare abbia lasciato delle impronte sulla città, sia da un punto di vista culturale e sociale, ma anche architettonico e storico. La nascita dell’arsenale, ad esempio, ha scandito il processo di crescita urbana e le direttrici del borgo Umbertino. Da un punto di vista storico ha caratterizzato l’immaginario della popolazione e di tanti e tante che da Taranto sono passati durante il periodo di leva, attraversando le vie della città con le uniformi, le cui figure risultano agli occhi degli abitanti come assolutamente normali. Ma la naturalizzazione di questa presenza passa anche da quanto lo sguardo si allunga sull’orizzonte del tempo. La presenza della Marina militare a Taranto è in realtà relativamente recente se pensiamo alla tanto decantata cultura millenaria di cui si fregia la città: dal 706 a.C., anno di fondazione, meno di 140 anni sono appena un battito di ciglia. Lo stesso vale per l’industria siderurgica eppure il nostro immaginario fatica a svincolare la città da questi due poteri:

L’industrializzazione militare ha inciso sull’identità tarantina molto più a lungo rispetto alla industrializzazione siderurgica: le due fasi sono disomogenee, pur avendo in comune una stravolgente riscrizione del tessuto urbano. Taranto diventò compiutamente la città delle navi e dei marinai: una scenografia dal fascino indubbio. […] Il lato oscuro della monocultura riguardava l’inevitabile impoverimento o scomparsa dei settori produttivi non connessi al circuito dominante. Lo sviluppo si orientava decisamente verso l’iperstatalismo a scapito della libera imprenditoria: una fortunata colonizzazione, senza alternative per la città-caserma.

Roberto nistri, tarentinità. un’identità residuale

Quello che più emerge da questa faccenda infatti è come l’opinione pubblica abbia considerato vergognoso quel gesto simbolico e non, ad esempio, il raddoppio della base NATO sul territorio deciso dal governo Conte. Si tratta di una presenza che – oltre ad ulteriori problemi ambientali e di monopolizzazione culturale, ma anche di colonizzazione del territorio e dell’immaginario – rende la già fragile città di Taranto in cima agli obiettivi strategici e militari in caso di conflitto. La storia questo lo insegna: la celebre notte di Taranto, quella tra l’11 e il 12 novembre del 1940, è definita la Pearl Harbor europea, al punto che si pensa sia stata manualizzata dalle forze giapponesi nella messa a punto del più celebre attacco alla base americana poco più di un anno più tardi. Taranto quella notte contò diverse vittime tra i civili e non è possibile prevedere quante potrebbero diventare in caso di scontro bellico al giorno d’oggi. 

Illustrazione del tragico sviluppo della “Operazione Judgement”,
passata alla storia come “La notte di Taranto.”

A differenza dell’exIlva, la cui chiusura è auspicata da una fetta importante della popolazione, la Marina – al di là di poche voci che si sono levate negli anni – rimane invece lì sullo sfondo, senza essere messa mai davvero in discussione.

Ad essere emblematico è il silenzio pressoché totale del tema nella campagna elettorale: nonostante il governo Conte abbia programmato un raddoppio della base, nessuno ne parla perché è evidentemente un argomento scomodo e perché è una realtà ben radicata, non problematizzata come quella del siderurgico. La relazione tra la città e presenza militare rimane salda. Se alcune volte retoricamente, altre più concretamente, capita che le forze politiche prendano parola contro la presenza dell’exIlva poi magari senza effettivamente fare niente, invece quella della Marina militare rimane una presenza nel migliore dei casi sottaciuta, come se fosse un elemento imprescindibile per Taranto, quasi organico strutturalmente alla città: è una questione che, noi crediamo, dopo la manifestazione di dissenso dell’altro giorno torna alla ribalta. Ma non solo, perché alla luce di quello che sta accadendo nelle ultime settimane, la percezione che la fabbrica sia più pericolosa per chi abita sul territorio rispetto alla base NATO deve essere necessariamente posta in discussione.

La storia è piena di episodi, dove nel migliore dei casi venti matti hanno compiuto azioni che in un modo o nell’altro rimangono impresse nella storia. E la storia della nostra città non è da meno, piena di episodi del genere che, guardando indietro, vengono visti con gli occhi dell’orgoglio nostalgico: dagli episodi di sabotaggio durante la seconda guerra mondiale degli operai dell’arsenale alle manifestazioni contro l’allargamento della base NATO, ma anche di protesta contro la guerra in Iraq dove sono stati coinvolti altri “simboli” come la statua del marinaio. I monumenti e i simboli istituzionali non sembrano aver mai avuto vita facile in città.

Col senno di poi azioni di questo tipo, se la storia va in un certo modo, possono risuonare dopo anni e sembrare come la premonizione di un’esigenza diffusa e come le azioni dei pionieri di un cambiamento anche molto epiche. Prendiamo atto che nella campagna elettorale non si notino voci anche solo parzialmente dissonanti rispetto alla retorica generale della guerra. Rispetto a questo gesto, nonostante non abbia avuto un impatto politico efficace nell’immediato, né sembra aver suscitato consensi, in questa fase ci sentiamo molto complici nei confronti di chi sperimenta azioni che sono dissonanti rispetto al clima di “pace”, declinata con l’invio di armi da parte del governo in una zona di guerra, un perimetro a-critico contiguo anche a quello che è possibile notare all’interno del dibattito elettorale.

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  1. Anna

    LO STIVALE È TROPPO LUNGO, QUELLO CHE ACCADE A TARANTO NON HA ECO E,SEPPURE CI FOSSE UNA VOCE AUTOREVOLE, VERREBBE SPENTA
    MALA TEMPORA

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