«videro le feste dei diversi,
non videro ciò che i diversi vedevano.
Li videro vedere, non videro l’oggetto della visione,
o almeno non lo videro con gli occhi dei veggenti
ma solo con gli occhi dei voyeurs»
Furio Jesi, Il tempo della festa

La sentenza della Corte d’Assise di Taranto in merito al processo ‘’Ambiente Svenduto’’ ha fatto rapidamente il giro d’Italia. Ad essere condannati spiccano soprattutto i nomi di Nicola e Fabio Riva, Girolamo Archinà, Lorenzo Liberti, Giovanni Florido e Nichi Vendola. Immediatamente dopo la pronuncia, fuori dall’aula di Tribunale e sui social sono andate in scena reazioni profondamente polarizzate. Da una parte chi esulta per la decisione della Corte, dall’altra chi sostiene, in buona sostanza, che «non c’è nulla da festeggiare!». 

A noi pare che qualcosa sia di indubbia importanza: in questa fase specifica, può essere molto importante interrogarci se e in che termini questa decisione parla anche a chi invoca giustizia e non si accontenta delle decisioni dei Tribunali. 

Vengo o non vengo?

Non è la prima volta  che assistiamo alla difficoltà da parte di molti e molte attivisti/e e militanti/e (ma non solo) a partecipare a un momento in cui la città prova sentimenti di entusiasmo  rispetto a un evento riguardante la questione ex Ilva. Ma è una sensazione che non riguarda soltanto quest’ambito e che potremmo allargare a tanti altri temi.  E’ evidente che un senso di inadeguatezza ci pervade quotidianamente: che siano dichiarazioni di politici – è quasi indifferente il loro posizionamento – o che siano le notizie pubblicate da media mainstream e il modo in cui vengono presentate, ci capita fin troppo spesso di trovarci con la pelle accapponata. Ci – il noi è d’obbligo – troviamo spesso a dover fare i conti con questo spaesamento, questa incapacità di posizionarsi e fare corpo, non solo tra di noi ma anche e soprattutto con l’ambiente politico, sociale e culturale che ci circonda. 

E’ arrivato allora il momento di chiederci seriamente se ad impedirci di leggere la realtà come e con gli/le altri/e sia una visione del mondo complessa che male si sposa con quelle semplificanti e prive di visione che ci circondano – e ci attaccano da ogni dove – o se sia una nostra incapacità di costruire empaticamente un dialogo con le anime del mondo che non abbracciano i nostri schemi di critica dell’esistente. Detto altrimenti: perché ci comportiamo come Nanni Moretti, alias Michele Apicella, quando in Ecce Bombo dà vita alla celebre scena al telefono?

«No veramente non mi va, ho anche un mezzo appuntamento al bar con gli altri. Senti, ma che tipo di festa è, non è che alle dieci state tutti a ballare in girotondo, io sto buttato in un angolo, no…ah no: se si balla non vengo. No, no…allora non vengo. Che dici vengo? Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente? Vengo. Vengo e mi metto così, vicino a una finestra di profilo in controluce, voi mi fate: ‘’Michele vieni in là con noi dai…’’ e io: ‘’andate, andate, vi raggiungo dopo…’’. Vengo! Ci vediamo là. No, non mi va, non vengo, no. Ciao, arrivederci Nicola»

Ma proviamo ad andare oltre la dicotomia stretta intorno all’opportunità politica della sentenza. Ammettendo solo per un attimo – e per comodità d’analisi – che in seguito alla pronuncia la reazione della parte degli abitanti del territorio possa essere intesa con il termine di festa: è bene interrogarsi su questa dimensione. La festa è certamente un momento di tensione necessariamente collettiva e d’incontro, che ci svincola, anche solo per pochi attimi, dall’investitura responsabilizzante di chi sceglie cos’è la cosa giusta e s’impegna quotidianamente per essa. Storicamente la festa è liberazione, eterotopia, talvolta mirata distrazione del potere, in ogni caso sospensione – anche solo temporanea – delle leggi e dei costumi: carnevale. E’ esplosione, e in questo caso si tratta di una bomba che dispone posizioni tra gli abitanti rispetto a un tema che ancora oggi appare cruciale: la percezione dello stabilimento siderurgico sul territorio. Se si tratta di un aspetto che ancora non trova pieno appoggio da parte della popolazione al suo completo non possiamo fare a meno di notare che questa reazione, se non è esattamente un’istanza di gioia piena e rivoluzionaria perlomeno ci consegna  due punti importanti: la percezione di una città che non è più spaccata a metà e, non meno importante, la consistenza di un odio che serpeggia, sempre più trasversale, tra i suoi abitanti, non solo verso le ciminiere e il minerale nella loro mera materialità ma anche nei confronti delle persone – e forse anche del sistema – che questo disastro lo ha prodotto. Ci sembrano utili queste righe scritte da Elisa Cuter in Ripartire dal desiderio (minimum fax, 2020):

«Chiederci se l’esperienza degli oppressi ci interessa per pietà e cattiva coscienza o perché ci è utile, in quanto aggiunge qualcosa alla nostra interpretazione del mondo, è una questione fondamentale. E la risposta a questa domanda è precisamente quello che taglia il dibattito, che crea delle posizioni politiche, perché introduce la questione di classe: si tratta di stabilire se questo sapere degli oppressi è anche nel nostro interesse, se contribuisce al nostro desiderio politico»

ELISA CUTER, RIPARTIRE DAL DESIDERIO

Infatti anche se forse questi sentimenti non partono da lenti ideologiche a noi vicine, e anzi spesso a noi fin troppo lontane:  tra chi scrive infatti non albergano sentimenti di simpatia per la scure della giustizia “borghese”, che siamo abituati a combattere quasi nella sua interezza, non per questo però, più pragmaticamente,  dobbiamo perdere di vista come questo evento non sia solo causa ma effetto. Effetto di rabbia,  manifestazioni, scritte sui muri e di tutte quelle perizie prodotte, nei modi più disparati, dal basso, e disseminati e ormai radicati su tutto il territorio.

Foto © Imagoeconomica

Attenzione, non sempre è così. A volte infatti non si tratta di effetto ma di causa, e il riferimento agli accadimenti del 2 agosto non è casuale. In quel caso i movimenti cittadini cavalcarono l’onda prodotta dalla bomba giustizialista con fine tatticismo e, per questo, iniziò ad abitare la rabbia e creare le condizioni per la festa. Se da quei dispositivi avessimo preso le distanze critiche ma anche – lasciateci il termine – ideologiche, una stagione di lotte, amicizie, alleanze,  occupazioni, ma anche di litigi e fratture – detto in due parole: di rivolte e caos – non avrebbe probabilmente avuto luogo o, spogliandoci del ruolo di veggenti, avrebbe avuto forme e dimensioni diverse. Migliori o peggiori questo non ci è dato saperlo. Quello che in sostanza cerchiamo di sottolineare è la necessità di essere lucidi e in un certo senso politicamente pragmatici e spregiudicati – poiché tali sono i nostri nemici. Questo significa considerare gli eventi e gli elementi che scandiscono la vita politica della città non decontestualizzandoli dalla rete di relazioni storiche e sociali in cui sono immerse, così in questo modo sarà possibile coglierne la valenza, che cambia in funzione delle contingenze. 

Ma torniamo alla festa. Questo termine definisce un momento collettivo fatto di vitalità, desiderio di partecipazione e condivisione, ma anche di imprevedibilità. Insomma, tutto ciò che da un po’ di tempo a questa parte manca e lascia un vuoto. Vuoi la pandemia – ma non è che prima andasse meglio –, vuoi la stagnazione di un tempo sempre uguale (di cui abbiamo parlato qui), vuoi le solitudini e la frammentazione, e sembra essere stato catalizzato da chi, nella macchina amministrativa della città, ha saputo captare quest’energia altrimenti dispersa. Ci appare chiaro in questo senso come anche un semplice evento forse lontano dai nostri orizzonti di desiderio politico come la condanna in primo grado nei confronti dei Riva, possa legarsi alla narrazione del desiderio di cambiamento della città che tutte e tutti auspichiamo e portiamo avanti almeno dal 2005. Per questo non ci interessa affermare che «Non c’è nulla da festeggiare!», al contrario, vogliamo imparare ad alimentare e abitare le feste e non avere il potere di distruggerle (cit.). Certo, questo non significa credere o peggio auspicare che sarà un soggetto esterno a liberare Taranto dai suoi mali, a mutare lo stato presente delle cose o che bisognerà tuffarsi acriticamente in ogni manifestazione di entusiasmo in un’isteria collettiva. Ma forse lo sforzo reale di cui ha bisogno la città in questo momento è quello di riconoscersi nuovamente nella sua componente critica e antagonista nei confronti di ciò che sono le numerose questioni e che – nonostante tutto – vedono Taranto come un laboratorio politico permanente. Ancora Elisa Cuter:

«Sono convinta che quello che spinse quei borghesi di Marx ed Engels a dedicare la loro vita e la loro opera alla classe operaia fossero l’empatia e il sincero dispiacere altruistico che provavano assistendo attoniti a tutta quella miseria. Da questo nasceva la loro convinzione (morale) che un sistema basato sullo sfruttamento fosse ingiusto. […] Sono partiti dall’interesse immediato di una classe, dalla fiducia che stare meglio fosse un loro desiderio, da una volontà che potesse essere condivisa dai suoi esponenti, perché era nel loro interesse. Non hanno fatto appello a nessun’etica, a nessuna idea del bene, a nessun merito o natura intrinsechi a questa classe. Gli hanno solo fatto notare di non avere niente da perdere»

ELISA CUTER, RIPARTIRE DAL DESIDERIO

La foto di copertina è di Pierfrancesco Lafratta