Premessa. Tra le tante visioni che popoleranno il nostro immaginario nel dopo pandemia, una sicuramente appartiene al calcio e allo sport in generale: gli spalti vuoti mentre lo spettacolo continua. I seggiolini vuoti degli stadi e dei palazzetti sembrano provenire dal più tetro dei romanzi distopici dove, in un mondo dove imperversa la morte, il circ(uit)o del calcio procede spedito nel più classico the show must go on.

Ma le medaglie hanno (quasi) sempre (almeno) due facce, così è anche giusto considerare un altro aspetto: ad esempio la chiusura degli stadi ha permesso a molti più tifosi, anche fuorisede, di seguire il Taranto con una certa costanza poiché quest’anno era possibile seguire in diretta in tv e in streaming anche le partite casalinghe della squadra. Alla prova dei fatti i tifosi erano collegati ma senza essere presenti con la gradinata e la curva dello Iacovone che restavano spoglie. Opposta invece la sorte della tribuna centrale che è ha continuato ad essere popolata come se non fosse accaduto nulla, grazie agli accrediti che le società avevano a disposizione permettendo così l’ingresso ai soliti frequentatori: dirigenza, istituzioni, giornalisti. Categorie che, come mai prima d’ora, si sono quindi trovate in mano la possibilità di caratterizzare la dimensione dello stadio, solitamente ad appannaggio dei tifosi.

Il pallone, piaccia o meno, rimane un terreno di scontro privilegiato sulle cui superfici si creano discorsi, confliggono soggettività e si instaurano rapporti di forza non sempre scontati: la parabola lampo della Super Lega appare paradigmatica di come nel calcio uno scontro di forze possa avere esiti poco scontati. Questo perché accade che le discussioni intorno al calcio travalichino i suoi confini e si intrecci con altri ambiti che gli sono troppo lontani solamente in teoria: cultura, economia e, non ultima, politica. Influenzati da una diffusa e comprovata competenza impossibile da rintracciare altrove, quando si parla di calcio domini diversi si ritrovano spesso imbrigliati e coinvolti in trame più o meno fitte. Identità patriottiche sono state reinventate attraverso l’uso propagandistico delle rappresentative nazionali, dittature sanguinarie hanno usato il pallone per conquistare consensi interni o per ripulire la propria immagine all’estero. Tutto questo vale ovviamente a livello globale, macro, così come in quello microscopico delle comunità locali, soprattutto in quelle dove il calcio è vissuto in modo viscerale e la dimensione dello stadio è una delle poche occasioni di incontro degli abitanti di un territorio: sì, Taranto è tra queste.

La passerella. Queste premesse sono necessarie nel momento in cui si prova a commentare la comparsata di Lucia Morselli, amministratrice delegata di Arcelor Mittal S.p.A., sugli spalti dello Iacovone il 14 aprile, in occasione della partita tra Taranto e Nardò. Che si tratti di una mera operazione di “marketing sociale” nel timore che – come dicevamo qualche giorno fa – le soggettività operaie possano imporre un rifiuto delle loro condotte, oppure sia il primo passo per un’operazione più complessa, non ci è dato saperlo, né ci sono ulteriori segnali in merito alla seconda ipotesi. L’unico dato palpabile di questa vicenda è invece la reazione della tifoseria che ha inondato di indignazione e riprovazione i social, sia sotto forma di commenti che di enunciazioni più “materiali”, che potremmo definire tipiche del mondo tifoso: gli striscioni.

Un’immagine di Lucia Morselli in tribuna centrale. Foto: giornalerossoblu.it

Alcuni interventi sono stati meno netti di altri e forse anche più ambigui, segno che forse si è preferito rimandare alla fine del torneo le posizioni più intransigenti per non minare il rush finale della squadra, mentre almeno due gruppi hanno espresso in maniera chiara e decisa il loro disappunto. Il primo in ordine cronologico è stato lo Psyko Group, che ha diffuso una foto molto suggestiva: uno striscione appeso ai piedi delle ciminiere con su scritto «Morselli fuori dai tornelli…».

Lo striscione dello Psyko Group

Anche la Gradinata Taranto ha mostrato la sua rabbia, sempre attraverso uno striscione particolarmente lungo affinché trovasse spazio anche l’indignazione per il cordoglio espresso in un comunicato dalla società del Taranto in ricordo dell’ex sindaca Rossana Di Bello, deceduta a causa del Covid pochi giorni fa. In particolare, stando a questo striscione e ai commenti sui social, non sarebbero andate giù a una importante fetta della tifoseria alcuni passaggi del comunicato, come la definizione di «cittadina esemplare» che fa il paio con una descrizione di comodo della attività di governo cittadino.

Lo striscione della Gradinata Taranto

Resta complicato offrire in questo momento piuttosto nebuloso un commento organico alla vicenda, per il rischio soprattutto che si metta fin troppo sotto la lente d’ingrandimento un evento che forse è contingente alle ultime querelle e che quindi in sostanza valga meno di quello che si possa sospettare (pur non sottovalutando l’aspetto simbolico della presenza di Morselli allo Iacovone). Ma la sera del 17 aprile, pochi giorni dopo la passerella dell’amministratrice allo Iacovone, durante la trasmissione di RadioVera condotta da Luciano Manna, l’intervento di Angelo Vapore, che si concentrava proprio su questa vicenda, ha offerto degli spunti interessanti da cui prenderemo a piene mani (e a cui rimandiamo qui).

Angelo è uno storico ultras tarantino, componente del gruppo Kollettivo Alkooliko attivo nella curva nord dello Iacovone a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta. Nel suo intervento si chiede se un eventuale ingresso di Mittal, che non gode della simpatia degli abitanti del territorio, – o il semplice paventarne la possibilità – non sia un’operazione finalizzata, oltre ad interessi di mero tipo economico e d’immagine, anche a creare una spaccatura in seno alla comunità tifosa. La questione è se l’obiettivo è proprio quello di sfaldare un ambiente dove s’è sedimentato un sentimento, sempre maggiore e man mano più evidente, di opposizione al siderurgico, con le sue fila antagoniste che spesso hanno rimpolpato manifestazioni di protesta contro l’inquinamento.

Striscione dei Taranto Supporters

Che esista o meno un disegno di questo stampo rimane nel campo delle ipotesi. Può essere utile ragionare sui primi effetti che produce nell’immaginario. Secondo Vapore una certa frammentazione nella tifoseria è effettivamente qualcosa di tangibile, basta volgere lo sguardo alle diverse enunciazioni dei gruppi organizzati. La pandemia inoltre ha sicuramente contribuito a rendere più difficoltosi gli scambi e la comunicazione. Tuttavia questo non ha fermato i gruppi dall’esporre striscioni che è stato comunque possibile diffondere attraverso i social, o con la complicità talvolta delle testate sportive locali, alcune delle quali hanno fatto circolare altri tipi di enunciazioni più “addomesticate”, non proprio corrispondenti alla prassi ultras ma ugualmente indicate come tali. Rimandiamo comunque in altra sede commenti a questa difformità comunicativa, così come invitiamo il lettore a riflettere in modo autonomo sul luogo e sulle modalità di queste forme di espressione, alcune delle quali apparse senza firma, che – volontariamente o meno – narcotizzano tutta una serie di problematiche espresse invece dalla maggior parte dei gruppi organizzati.

È all’interno di questo quadro che si dispone la comparsata: Lucia Morselli, con tanto di sciarpa rossoblù al collo, si mostra allo Iacovone accompagnata da due guardie del corpo e dal direttore generale del Taranto, il da sempre inviso alla tifoseria Vittorio Galigani. Che sia una semplice operazione simpatia in seguito alla querelle licenziamenti e alla rilevanza mediatica che ha assunto la vicenda o faccia parte di una più complessa operazione di sostegno al Taranto, è chiaro che degli effetti sono stati scaturiti. Ancora una volta il calcio diventa veicolo per comprendere, forse solo sondando le reazioni della piazza, le possibilità di una vicinanza alla città –simbolica ma strumentale – da parte delle forze del siderurgico. Un avvicinamento, anche solo sotto forma di sponsorizzazione, non è da escludere e la presenza allo stadio non è casuale visto che l’attuale proprietà ha la maggior parte dei suoi affari concentrati proprio nell’indotto del siderurgico.

Non siamo così ingenui da pensare al calcio come luogo esente da dinamiche del capitalismo più predatorio, alcune forme sono emerse proprio in questi giorni con la questione della Super Lega. Anzi, va detto a chiare lettere: il calcio è uno dei prodotti capitalistici più emblematici. Questo però non ha impedito lo sviluppo al suo intorno di una serie di dinamiche e di fenomeni di carattere sociale, culturale, comunitario, e non ultimo conflittuale, come quelli del tifo, in tutte le forme possibili in termini aggregativi, anche orizzontali e dal basso. A Taranto ne abbiamo uno degli esempi più interessanti. Pensare quindi a un Taranto di successo che possa essere scevro da queste dinamiche predatorie è un esercizio utopico che potremmo anche non abbandonare, ma qui la soggettività del tifoso, se consapevole, si troverà con ogni probabilità a vivere una contraddizione di difficile risoluzione. Ma queste dinamiche assumono un segno diverso quando sono finalizzate ad avere degli effetti socio-culturali tangibili sulle comunità su cui intervengono. Per dirlo in altri termini, il peso è diverso nel momento in cui il calcio torna ad essere un cavallo di Troia con cui inquinare (anche) l’immaginario di un territorio. Ipotizzando quindi un ingresso di Arcelor nel Taranto con un sostegno che garantisca la conquista dei palcoscenici sportivi che la piazza merita – e desidera – potrebbe portare a dei passi indietro nell’immaginario delle lotte che animano il territorio e i suoi abitanti che, con grande fatica e forse meno rumorosamente di prima, serbano storicamente avversione nei confronti dell’ex-Ilva. Detto in altri termini, con paradossale brutalità, qualora Mittal sostenesse il Taranto, tra il farlo all’ombra o alla luce del sole la differenza sarebbe sostanziale nella sua ricaduta socio-culturale sul territorio.

Striscione del Gruppo Zuffa (2019). Foto: mondorossoblu.it

Prima Taranto e poi il Taranto. Tutti questi discorsi hanno ovviamente un carattere molto preliminare ma le reazioni social, così come quelle dei gruppi organizzati, alcune più nette, come quelle della Gradinata Taranto e dello Psyko Group, altre più ambigue o forse semplicemente più pazienti (in attesa che termini il campionato), sembrano assumere la forma di un rifiuto netto e granitico.

È chiaro che sarà necessario tornare su delle cesure che hanno animato la comunità tifosa, che si declinano in alcune dicotomie che possono apparire banali solo a chi non frequenta gli spalti dello Iacovone: la cultura del pallone vs la cultura (e basta), così come c’è chi si ferma al “pallone che rotola” e chi invece va comunque oltre. Come recita uno slogan molto in voga tra una frangia non minoritaria della tifoseria: «prima Taranto e poi il Taranto». Un assunto che diventerà egemone?

Nonostante la varietà dei possibili scenari che caratterizzeranno quello che per adesso è solo un ipotetico legame tra il Taranto calcio e Mittal tutte queste questioni si districheranno – non sappiamo se più facilmente o meno – quando le limitazioni della pandemia verranno meno, e la parola tornerà ai corpi che condivideranno gli spalti: cosa accadrà quando si tornerà allo stadio?