La notizia del licenziamento di Riccardo Cristello, operaio dell’ex Ilva di Taranto, ha avuto un’eco ben al di là del capoluogo ionico. Esponenti politici nazionali, rappresentanti del mondo sindacale, giornalistə: in moltə hanno commentato, chiesto chiarimenti, espresso preoccupazione per il drastico provvedimento disciplinare. 


È facile scorgere, in questa vicenda, la plastica rappresentazione della violenza padronale. L’iniziativa assunta dalla governance dello stabilimento siderurgico contro Riccardo Cristello ha il chiaro segno del comando verticale, della punizione esemplare, del desiderio di disciplinare anche le convinzioni intime degli operai.

Vignetta di Mauro Biani

Si tratta di un provvedimento dalla notevole portata, che ha generato un dibattito diffuso e ha stimolato dure prese di posizione. Se le specifiche modalità con le quali si esercita il potere sono esemplificative dello stato di salute di chi lo amministra, la vicenda ArcelorMittal vs Riccardo Cristello cosa ci suggerisce? A un primo sguardo sembrerebbe la semplice conferma dell’arroganza e della prepotenza di chi è consapevole dello squilibrio nei rapporti di forza tra vertici aziendali e operai. 

Foto tratta da www.tpi.it

Per contro, è possibile leggere questa vicenda anche con altre lenti. Infatti, le reazioni più scomposte, spropositate, verticali nell’esercizio del potere sono spesso agite da chi, in fin dei conti, pur mostrandosi saldo al comando è intimamente scosso da profonda inquietudine e, per questa ragione, ha perso la capacità di mediare, di soppesare le iniziative, di alternare i registri. Il potere che vacilla è, spesso, il più scomposto nelle reazioni. 


In questa fase specifica ci si aspetterebbe cautela da parte della governance dello stabilimento. La complessa vicenda governo/ArcelorMittal dovrebbe suggerire l’opportunità di mantenere un profilo basso. E invece il management della fabbrica ha assunto, nei confronti di Riccardo Cristello, un provvedimento abnorme e inaspettato. Di cosa può avere paura la governance dello stabilimento? L’idea che gli operai possano mettere in discussione l’implicito patto di fedeltà con l’azienda è, con tutta evidenza, un elemento che incute terrore. 

Taranto è uno dei contesti nei quali la somma dei ricatti – ambientale, economico, sociale – a cui sono sottoposti gli operai rende particolarmente complesso lo sviluppo di intense conflittualità tra lavoratori e fabbrica. Nella retorica dominante gli operai sono, nel complesso, rinunciatari, aziendalisti, distanti dai temi dell’ambiente.

La vicenda di Riccardo Cristello, viceversa, è esemplificativa della relazione tutt’altro che pacificata tra operai e fabbrica inquinante. Un elemento tra i tanti conferma questa tendenza: negli ultimi anni si sono susseguite scelte soggettive, da parte degli operai, di abbandono del lavoro in fabbrica in ragione della sua nocività. Non si tratta, in termini assoluti, di numeri eclatanti ma è, in ogni caso, una tendenza molto interessante. È la dimostrazione che, nonostante gli stratificati ricatti, è possibile assumere posizioni di contestazione e rifiuto della produzione inquinante.

Forse è questa la ragione alla base della reazione scomposta dei manager dell’ArcelorMittal. Nelle parole di Riccardo Cristello hanno forse intravisto linee, prospettive e discorsi che, se generalizzati, possono potenzialmente mettere in discussione la legittimità della fabbrica inquinante. Su questi temi, i dirigenti della fabbrica hanno probabilmente una spiccata sensibilità: riescono, in maniera più efficace rispetto ad altri soggetti, ad avere la percezione di qual è l’intimo convincimento degli operai e hanno paura della possibile diffusione delle pratiche di rifiuto, messa in discussione, denuncia.

In fin dei conti, anche al di là dello specifico caso, il vincolo di fedeltà che lega i lavoratori e le lavoratrici ai datore di lavoro ha una dimensione simbolica e affettiva ancor più rilevante di quella contrattuale. Con il ribaltamento dei rapporti di forza, negli ultimi anni sono state sudditanza psicologica, fedeltà e gratitudine a farla da padrona, orientando le scelte e i comportamenti dei subordinati nei confronti delle aziende. Ma questo legame non è un elemento dato, astorico, a priori. Al contrario, può essere costantemente messo in discussione. Il confronto con i colleghi e le colleghe, l’elaborazione personale dello sfruttamento, la partecipazione a momenti di confronto dentro e fuori la fabbrica possono consentire – in ogni momento – la maturazione della scelta soggettiva di recidere il legame di fedeltà che vincola all’azienda, di sviluppare discorsi e prassi di messa in discussione della legittimità del comando e di mobilitarsi – dentro e fuori dalla fabbrica – per la giustizia ambientale.

In chiusura, nell’iniziativa dell’azienda contro Riccardo Cristello è possibile intravedere anche il timore per la possibile diffusione, tra gli operai, del rifiuto dell’inquinamento. Nonostante il tentativo del management dell’ex Ilva di confermare la propria autorità attraverso l’emanazione di un provvedimento così abnorme, in realtà l’azione trasuda incertezza e paura. È una traccia da seguire: dalla possibile soggettivazione diffusa degli operai passa buona parte dell’altro futuro possibile per la città.

La foto di copertina è di Pierfrancesco Lafratta.