Perché facciamo così fatica a parlare di Taranto. 

In questo mese ci siamo interrogati spesso su cosa scrivere e se necessario farlo rispetto ad alcune questioni. Tuttavia alla domanda «Ma a Taranto cosa succede?» ci siamo resi conto che, per qualche istante, eravamo interdetti, come se qualcosa di fondo rimanesse inespresso, rendendoci incapaci di formulare una risposta decisa e concreta. In realtà a Taranto ne succedono di ogni, ma a saltare completamente negli ultimi anni sono stati alcuni punti fermi – probabilmente solo i nostri e di qualcun altrə con cui abbiamo condiviso delle idee, delle suggestioni – che consentivano di avere una lettura più chiara e critica del presente.  

Tutto va per il meglio nel peggiore dei mondi possibili. 

Sono ormai diversi anni che viviamo lontano da Taranto, ma possiamo affermare con certezza di aver sempre mantenuto un piede in città, seguendo le varie questioni che animano il dibattito pubblico, leggendo, confrontandoci quotidianamente con compagni e compagne, amici e amiche, cercando di partecipare nonostante la lontananza. Taranto è un pensiero costante, qualcosa di simile a un dolore che ti accompagna come secondo termine di paragone su ogni cosa si possa incontrare al di fuori delle sue strade. Eppure in questi ultimi anni, una certa fatica accompagna il nostro desiderio di porre accanto a quello che vorremmo fosse il mondo, a un’idea, la nostra città; come se ad un tratto quest’ultima si fosse fatta scivolosa e sfuggente, indecifrabile o – peggio ancora – cieca innanzi a uno specchio: 

Valerio Zurlini, Il deserto dei Tartari, 1976

Ma a un certo punto, istintivamente, ci si volta indietro e si vede che un cancello è stato sprangato alle spalle nostre, chiudendo la via del ritorno. Allora si sente che qualche cosa è cambiato, il sole non sembra più immobile ma si sposta rapidamente, ahimè, non si fa tempo a fissarlo che già precipita verso il fiume dell’orizzonte, ci si accorge che le nubi non ristagnano più nei golfi azzurri del cielo ma fuggono accavallandosi l’una sull’altra, tanto è il loro affanno; si capisce che il tempo passa e che la strada un giorno dovrà pur finire.  

[Il deserto dei Tartari, D.Buzzati; pag.47] 

Di fatto viene da chiedersi se non è il doversi voltare indietro e guardare le cose da lontano a far sì che l’immagine sia sfocata, meno chiara e nitida. E sicuramente è così per buona parte, ma non solo. Altra cosa è invece il punto che il tempo passa e che la strada un giorno dovrà pur finire. In effetti la questione del tempo è cruciale quando si ragiona di Taranto. L’anno prossimo ad esempio, ricorrono dieci anni dal famoso 2012, anno in cui la magistratura sequestrò gli impianti inquinanti, dando avvio al processo ‘Ambiente svenduto’, sollevando quel polverone di verità e desideri di cui ancora oggi, a tratti, si vedono accendersi deboli rivendicazioni e fiammelle. Da quell’anno si sono susseguiti governi, ministri e con loro decreti su decreti; ma anche cortei, sit-in, manifestazioni di vario tipo, assemblee, concerti, campagne elettorali, ecc. La fabbrica è ancora lì, il tempo ha proseguito il suo corso ma, come se il secondo dipendesse dalla vita del primo, ognuno si è fermato nell’attesa dell’avverarsi di un momento fatidico, di liberazione, che ancora non è avvenuto. Il tempo dell’attesa ha generato stanchezza, incredulità, ha fiaccato certamente quelle forze propulsive che il 2012 aveva liberato e che in poco tempo avevano generato occupazioni di spazi abbandonati, laboratori politici, esperienze di aggregazione capaci di interrogare e interrogarsi criticamente sullo stato e sui desideri della città. Molte di quelle esperienze si sono esaurite, come è naturale che sia in un tempo che non si rigenera o in cui non si riesce a rompere l’incantesimo; altre si sono evolute tentando strade più istituzionali, collaborando con l’amministrazione comunale, ad esempio attraverso assegnazione di progetti; oppure facendo nascere liste civiche, entrando in partiti politici, sindacati.  

Al governo della città, come sappiamo, siede l’amministrazione del sindaco Melucci eletto con il Partito Democratico, il quale ha saputo in questi anni promuovere una grande campagna di comunicazione come la città non aveva mai conosciuto – se non, forse, in modo intellettualmente meno raffinato dall’ex sindaco Giancarlo Cito – attraverso l’idea di Ecosistema, da tutelare e rigenerare e dallo slogan ”Stiamo seminando la rinascita”. In qualche anno questa amministrazione è stata in grado di avvicinare e dare una certa possibilità di espressione a una buona fetta di personalità e associazionismo, assumendo anche nel proprio linguaggio e nella postura un’apparenza talvolta conflittuale nei confronti della questione ambientale o di visione progettuale rispetto all’idea di città del futuro. Quanto detto, pare inoltre già strizzare l’occhio anche ad alcune liste civiche che, alla luce delle prossime elezioni comunali, si preparano a saltare sul carro dei vincitori. 

Verrebbe dunque da chiedersi se gli strascichi del 2012 hanno prodotto un miglioramento effettivo in seno alla macchina amministrativa, o se questa – abilmente – è riuscita a sfruttare delle parole d’ordine per cavalcare un sentire ormai comune, un desiderio di cambiamento che però non si è mai effettivamente palesato. 

In effetti, dando uno sguardo a ciò che è stato realizzato o che è in cantiere, balza immediatamente agli occhi come Taranto stia godendo di una grande possibilità di accesso a finanziamenti pubblici, basti pensare al Contratto istituzionale di sviluppo

Tuttavia non è qui che vogliamo entrare nel merito della qualità di ciò che è stato e viene proposto. Questa accessibilità si è riversata anche, a scalare, nella possibilità di attenzione a realtà cittadine che prima faticavano ad avere voce in capitolo nella realizzazione di sé stessi e del proprio desiderio all’interno di una comunità totalmente scollegata dal potere amministrativo. E proprio qui, in effetti, che pare queste abbiano perso di vista, soggiogate dal proprio legittimo desiderio, la necessità di porsi criticamente rispetto ad un disegno ben più ampio che prevede la quasi totale trasformazione della città di Taranto sotto un punto di vista sociale, economico, urbanistico e culturale, aderendo ciecamente ad un fare politico – o a una politica del fare – che nonostante tutto ci appare neoliberista e propagandista. Gli esempi sono molteplici: dal disegno di rendere la città destinazione crocieristica sino agli interventi di risanamento della città vecchia come mero obiettivo turistico, alla costruzione di un gigantesco Acquario Green o alla paventata ricostruzione dello Stadio Iacovone che passerà dalle mani della cittadinanza a quelle private. Ma soprattutto non esiste alcun dibattito pubblico in merito a questa rinascita, di conseguenza ciò che emerge è esclusivamente una rincorsa improvvisata ed apparente verso le parole d’ordine di una comunità delusa e desiderosa di cambiamento, incapace di agire sulle stesse logiche che sino ad oggi l’hanno minata.  

Ciò che si ottiene infine come risultato è il passaggio in secondo piano della questione ambientale (indicata a più riprese come qualcosa da lasciarsi alle spalle in quanto cattiva vetrina per la città) e la frammentazione definitiva di ogni tipo di contraltare politico alle decisioni dei Governi su Taranto.  

Qualcuno obietterà che, certo, quanto meno si è passati da una fase di protesta a una di proposta concreta, interna, fattiva. Sarebbe qui il vero risultato. Eppure per riprendere le parole di Fisher e contestualizzandole in una dimensione cittadina: 

[…] il cosiddetto movimento anticapitalista è sembrato concedere troppo proprio al realismo capitalista: vista la sua incapacità di ipotizzare un modello politico-economico alternativo al capitalismo, il sospetto fu che il suo obiettivo fosse non rimpiazzare il capitalismo stesso, quanto mitigarne gli aspetti peggiori; e visto che le forme in cui il movimento anticapitalista si è espresso prediligevano più la protesta che l’organizzazione politica vera e propria, la sensazione era che questo movimento si riducesse a una serie di richieste isteriche senza che nessuno si aspettasse che venissero ascoltate sul serio. 

M.Fisher, Realismo Capitalista, Nero Edition (2018)

[Realismo capitalista, pag. 46] 

[…] Il capitalismo è quel che resta quando ogni ideale è collassato allo stato di elaborazione simbolica o rituale: il risultato è un consumatore-spettatore che arranca tra ruderi e rovine.  

[Realismo capitalista, pag. 31] 

Forse, dunque, bisognerebbe ripartire dall’espressione dei propri desideri non per “metterli a sistema” ma per rimetterli in comune e ricondurli a una dimensione politica; dal pensare agli spazi pubblici non solo come semplici luoghi in cui si assommano individui con i propri interessi, come se vivessimo nella realizzazione di un manuale di economia neoliberista; da un’idea di futuro, insomma, che sembra essersi impantanata nelle sabbie mobili di un sogno dalle fattezze più concrete, ma che si rivelerà presto nuovamente un incubo, ovvero: il pericolo che in assenza di futuro anche il peggiore dei futuri diventi auspicabile.

Nel punto d’estrema solitudine. 

Un amico che vive a Taranto, qualche tempo fa ci scriveva: «Se c’è una domanda che oggi dovremmo porci, quella sarebbe: vale davvero la pena vivere in questa città?». Effettivamente questa è una domanda cruciale, che prova a fare i conti con il senso di un luogo, ma soprattutto con la propria felicità in relazione a dove si vive. È chiaro che in un primo momento la questione appare del tutto soggettiva, ma esiste anche un piano collettivo e politico che merita di essere messo in discussione. Tralasciando la pandemia e l’importante emigrazione giovanile (tema quest’ultimo centrale che meriterebbe un ulteriore approfondimento), Taranto è una città che anche in termini di socialità offre poco. La città – esclusa il centro storico – è stata costruita e pensata sempre in funzione parassitaria a poli lavorativi, dall’Arsenale militare sino ai quartieri operai dell’Italsider, escludendo quasi sempre interventi che destinassero spazi ad attività libere, svincolate da una funzionalità produttiva. Laddove queste sono state pensate e create, sono state per la maggior parte dei casi abbandonate a sé stesse e lasciate all’incuria, in taluni casi così tanto da renderle quasi inagibili. A dimostrazione di quanto detto, vi è la scarsa presenza di parchi urbani e persino di piazze oltre il borgo, che non siano in realtà parcheggi, le quali tuttalpiù si incontrano vicino alle chiese di quartiere, unico vero centro di aggregazione di periferia, e dunque ad ogni modo legate a una funzionalità in qualche modo istituzionalizzata. A Taranto, forse prima che altrove, è accaduto che la socialità, la quotidiana vita insieme, ciò che fa riferimento al comune, venisse sottratto e sotto diverse forme, con l’aggravante di una volontà e coscienza politica, si continua a farlo nel nostro presente. La differenza sostanziale tra il passato e il presente, rispetto alla possibilità di una socialità, di un mutualismo cittadino, è che oggi la precarietà del lavoro e la sussunzione che questo compie nelle vite di ognuno ha decisamente peggiorato le cose. 

Tornando a ciò che è avvenuto in seguito al 2012, in cui un grande evento di crisi aveva generato, per la prima volta dopo tanti anni, l’incontro di una comunità di fronte a un problema comune – svincolato dal volere di un potere come ad esempio la Chiesa e le sue processioni o la Marina e quindi lo Stato -, con la fine delle esperienze collettive e la frammentazione dei movimenti ambientalisti, molti si sono rintanati nelle proprie vite e dunque in una solitudine che si è fatta spazio nella stagnazione del presente e nella sua irrisolvibilità, rinunciando e vedendosi mancare ogni azione o desiderio di solidarietà e comunità. Tutto nel pieno segno della razionalità neoliberista. Sia chiaro, nessuno vuole puntare il dito contro qualcuno come se vivessimo svincolati da questa realtà e dalle sue condizioni, ma anzi proprio per questo dovremmo prendere atto che la questione della felicità o dell’infelicità in un luogo è anzitutto una condizione politica. 

Ciò che è urgente fare allora è tornare a incontrarsi e parlare di futuro. Ma non indignandoci del presente, bensì cercando di politicizzare la nostra condizione, partendo dalle piccole cose quotidiane.  

In questo momento il nostro desiderio è senza nome: ma è reale. Il nostro desiderio guarda al futuro – a una via di fuga dalla situazione di stallo delle infinite ripetizioni del capitale – e proviene dal futuro – da quel futuro in cui nuove percezioni, desideri, cognizioni diventano possibili ancora una volta. Per il momento riusciamo a intravedere quel futuro soltanto a sprazzi. Ma costruirlo dipende da noi, anche se, su un piano diverso, esso ci sta già costruendo: come nuovo tipo di soggetto collettivo, come nuova possibilità di parlare in prima persona plurale. Nel corso di questo processo il nome del nuovo desiderio emergerà e noi lo riconosceremo. 

[Il nostro desiderio è senza nome, M. Fisher; pag. 295]