Partiamo da un presupposto necessario: la notte di capodanno è un momento topico. Non c’è niente di speciale, è come i compleanni: la domanda retorica che i più simpatici sfornano in queste occasioni è “come ti senti con un anno in più?” ci riporta a quella che è la reale dimensione delle feste: il tempo è una convenzione che in alcuni casi viene sospesa.

In questo senso potremmo definire la mezzanotte di capodanno come una eterocronia, che secondo Michael Foucault è una trasformazione del modo in cui viene misurato o percepito lo scorrere del tempo. L’istante in cui convenzionalmente scatta l’anno nuovo viene diluito e sospeso ma sul quale allo stesso tempo si concentrano le attenzioni di tutte e tutti. In questo periodo tutto ciò assume un significato particolare poiché viviamo tutte e tutti una capillare eterotopia: sempre secondo il filosofo francese, quest’ultima si definisce attraverso i luoghi nei quali si sospendono, si neutralizzano o si invertono i rapporti sociali. Nessuna definizione è più appropriata per il  presente che stiamo vivendo. Tutte queste relazioni non esistono se non nel rapporto che gli umani (e i non-umani) instaurano tra loro, in quella che potremmo definire società: una connessione socio-tecnologica, qualcosa che non possiamo toccare, non possiamo vedere, ma che ha la capacità di modificare e scandire buona parte del nostro vissuto.

L’eterotopia del capodanno, a questo giro, rappresenta quindi una sovversione della sovversione, così che tutti i luoghi si ri-trasformano in nuove eterotopie, luoghi altri, dove vengono messe in discussione tutte le norme che regolano il mondo nel quotidiano. Si è trattato quindi di un momento di altissima eccitazione psicosociale: una tensione che si sviluppa ritmicamente attraverso un conto alla rovescia che socializza il climax e, quando si raggiunge lo zero ed esplode la festa, il tempo è ri-sospeso e le norme sovvertite. Complice un anno vissuto praticamente in lockdown e l’assenza di veglioni per l’ultimo dell’anno, l’euforia collettiva ha raggiunto picchi relativamente rari nelle sue manifestazioni urbane. Anche a Taranto, da anni non si notava una simile partecipazione: tantissimi fuochi d’artificio – i cui colori superano il fragore dei botti – illuminano a giorno il cielo della mezzanotte, in una sorta di simbolica riappropriazione popolare della coltre di fumo, tutt’altro significante in altri contesti della città.

All’interno di questo quadro della contingenza, si aggiunge un altro tassello che ha caratterizzato gli ultimi anni: la proliferazione delle immagini dovuta alla democratizzazione del possesso dei dispositivi capaci di produrle. Questo accade nella vita di tutti i giorni. Molti avvenimenti assolutamente quotidiani salgono alla ribalta mediatica, sovramediatizzati: un video visto cento volte significa moltiplicare l’accaduto che mostra, colonizzando il nostro immaginario.

Nella società dell’immagine la proliferazione di foto e video assume delle forme assolutamente non scontate. In questo senso ci sembra che ciò che accade a Taranto sia nuovamente paradigmatico, non tanto per quel che si vede, ma per come funziona il fatto stesso di mostrare.

Cosa ci dice un meme.

Questo meme, girato tantissimo negli ultimi giorni, ci dice nella sua semplicità apparente molto più di quanto forse non vorrebbe.

Ci dice ad esempio che una realtà così complessa e stratificata come quella di Taranto possa essere spiegata in modo molto semplice: da una parte abbiamo cosa “non è”, cioè alcuni suoi abitanti e le loro pratiche, dall’altra ciò che “è”, l’immagine di un luogo simbolico.

Ci dice, il meme, che alla bruttezza della comunità dobbiamo invece contrapporre un riquadro, una porzione di città, un piccolo ritaglio della sua realtà, avamposto difensivo della bellezza circondato dall’orda barbarica.

Ci dice, sempre il meme, che la realtà è quindi chiara, non ammette discussioni: Taranto è bella e la sua bella immagine è messa in pericolo dall’intera sua comunità. Nella bellezza, infatti, non c’è spazio per le persone ma il riquadro della foto ritaglia solo un feticcio, un pezzo di città che non fa realmente parte di essa circondato com’è da un recinto di protezione. Non vogliamo con questo sminuire la carica, anche affettiva, dei simboli quanto piuttosto restituirli alla loro reale dimensione.

Quello che non ci dice il meme è invece la parte più succulenta: non ci racconta di una città realmente ostile alle forme dell’abitare, una colata infinita di cemento, priva di verde, il cui sviluppo è stato dettato dalla più becera speculazione edilizia che la attanaglia come tutti i grandi centri del meridione. E non ci racconta soprattutto della comunità che la abita e combatte questo scempio e delle sue tattiche di resistenza individuale e collettive dal basso, come quello che è accaduto intorno al parco archeologico delle mura greche e alla pinetina Totò De Curtis.

Ma la cosa più importante che ci dice il meme è che in città imperversa ormai senza alcun contraddittorio un’ideologia ben precisa, con la complicità sia di “pagine facebook” che si arrogano il diritto di costruire questa immagine edulcorata di Taranto (per venderla a chi? Per farci cosa?) come anche delle istituzioni locali (ad esempio assessori che non si lasciano sfuggire l’occasione di esprimere questa posizione). All’interno di questa prospettiva ideologica, il dibattito si polarizza tra chi vuole difendere l’immagine edulcorata della città per ridurla a una scenografia e svuotarla di senso, una speculazione 2.0 che continua con gli stessi schemi dello scempio edilizio che ha caratterizzato lo sviluppo della città, e quelli che invece, più semplicemente, senza secondi fini, schifa chi questa città, con le sue contraddizioni e mancanze, la vive – e la subisce e contribuisce a definirne la forma – quotidianamente.

Diffidiamo da entrambe queste posizioni che sembrano polarizzarsi ma hanno tantissimi aspetti in comune e nel migliore dei casi denotano un amore feticista verso l’immagine di città, che sembra essere l’unico aspetto degno di preoccupazione. Si fondano entrambe sulla stessa ideologia: un profondo odio classista verso chi questa città la abita; disegnano idee alternative di città che non si propongono di risolvere neanche una delle contraddizioni che la attanagliano; spostano l’attenzione sulle azioni dei singoli per deresponsabilizzare quelle sociali e della comunità.