Nel dibattito pubblico sono in tante e tanti a interrogarsi sulle affinità e le divergenze tra le misure per il contenimento del Covid e la gestione della salute tarantina a fronte del pluridecennale inquinamento. Nella prospettiva maggiormente inflazionata della nostra bolla, mentre su scala nazionale le ragioni della salute sarebbero tutelate anche a danno del PIL, a Taranto la salvaguardia del prodotto interno lordo ha costantemente guidato l’azione del governo, anche a svantaggio della qualità della vita delle cittadine e dei cittadini. 

Ore 20.39 del 27 aprile. In diretta sulla seconda rete nazionale, ospite al tg2 Post, Carlo Calenda, inaspettatamente valida il paragone. Deviando dallo script d’ordinanza di politico con la risposta pronta, viene preso alla sprovvista da una domanda: «sembra si stia profilando […] una contrapposizione tra le ragioni della salute e quelle dell’economia […], non è che stiamo replicando su scala più grande quel dramma, che lei ha anche vissuto da Ministro, dell’Ilva di Taranto?». Calenda – tronfio come chi finge di non ricordarsi di essere stato uno degli artefici del protrarsi di questo disastro – risponde laconico: «è quello che dobbiamo cercare di evitare».

Carlo Calenda al Tg2 Post la sera del 27 aprile.

Non abbiamo certamente bisogno della conferma di Calenda, ma interrogarsi sull’opportunità del termine di paragone diventa necessario, anche perché attraverso i media viene evocato giorno dopo giorno da personalità differenti, non ultima Fiorella Mannoia. 

Taranto, oggi. Sullo sfondo di un drammatico disastro ambientale, va effettivamente in scena un denso conflitto tra le ragioni della produzione e quelle della tutela della salute. Nonostante i tentativi retorici prodotti a più livelli – istituzionale, datoriale, sindacale, politico – per ridimensionare la portata del problema, il territorio è calpestato da una costante e radicale devastazione della salute pubblica in ragione della necessità della produzione industriale. In altre parole, la salvaguardia della produzione d’acciaio è stata ed è l’obiettivo di fondo degli interventi del governo, a danno della qualità della vita di chi lavora in fabbrica e vive in città. 

Quartiere tamburi, giorno di wind day. Due termini inglesi generalmente innocui, messi vicino a Taranto hanno la forma della scure. Il significato non si presta ad ambiguità: i venti alzeranno le polveri in direzione del centro abitato. Le istituzioni politiche e sanitarie, tra la beffa e l’impotenza, consigliano di stare a casa, chiudere le finestre, ai bambini di non giocare per strada. Non ci sono DPCM, né autocertificazioni ma una beffarda libertà conferita agli abitanti per decidere il dafarsi. #iorestoacasa, togliendo l’asterisco che fa tendenza, descrive a posteriori, infatti, una situazione già esistente. Il paragone tra Covid e Ilva dunque è fondato, lo facciamo nostro.

L’eloquente striscione del gruppo ultras Gradinata Taranto
esposto il 7 novembre presso il Parco Archeologico delle Mura Greche.

Un paragone del genere nasconde però delle insidie. Il rischio è che questo parallelismo diventi utile solo a rivendicare una magra consolazione piuttosto che una metafora utile alle rivendicazioni. Un modo come un altro per dire: “toh! ora vedete come ci si sente ad essere come noi!”. È necessario dunque muoversi con intelligenza tra le affinità e le divergenze.

Il Covid, a fronte della sanità devastata dopo essere stata investita dal tornado neoliberista, c’è caduto in testa. La reazione immediata dell’opinone pubblica, presa anch’essa alla sprovvista, ha fatto pendere la bilancia verso la difesa della salute, di tutte e tutti, anche – e soprattutto – di chi non è più protagonista dello “sforzo produttivo” del paese.

L’acciaieria, tra conduzione statale e privata, è invece qualcosa di studiato, calcolato, voluto. L’ambiente e la salute degli abitanti: svenduti. La situazione si protrae in questo modo da decenni. Il dissenso, gli studi, le morti e la miseria si sono accumulati.

No, in questo senso non è affatto la stessa cosa. L’opinione pubblica, inoltre, ha sempre viaggiato su binari paralleli. Le forme di dissenso che animano la parte di città antagonista, neanche al loro apice hanno raggiunto vette maggioritarie. Difficile dire se in caso contrario la storia sarebbe stata un’altra. Scriviamo a margine che è qualcosa su cui urge riflettere. Ma è anche la risposta che preferiamo, perché non è consolatoria né ci autoassolve. Ci mette in gioco, non scarica unicamente all’esterno le contraddizioni del presente, favorisce l’autovalutazione. È una sfida per il futuro prossimo. Le mobilitazioni ampie e generalizzate possono mettere in discussione – a Taranto e ovunque, come abbiamo visto anche negli sprazzi di questi giorni – le ragioni della produzione e dei produttori.

Manifestazione del 4 maggio 2018 del fronte antagonista. Foto di Pierfrancesco Lafratta.

Tu ci chiudi, tu ci paghi. Le proteste che si sono diffuse – con un certo grado di viralità – negli scorsi giorni in diverse città italiane (ma anche europee) evidenziano come certi nodi stiano venendo al pettine. Il paradigma neoliberista, che ha caratterizzato non solo le azioni dei governi ma ha colonizzato anche i nostri immaginari, manifestando la sua totale inadeguatezza vede entrare in crisi il suo potere egemonico. Studiosi e teorici, ma anche diversi giornali e riviste, stanno provando a smarcarsi più o meno velatamente dall’ideologia neoliberista. Così anche i nuovi interventi della Bce, orientati a uno sviluppo della spesa pubblica, e il radicale orientamento adottato dal governo spagnolo, che rifiuterà Mes e Recovery Fund (ad esclusione della parte a fondo perduto) e, soprattutto grazie all’aumento delle tasse sui grandi patrimoni dei grandi gruppi industriali, darà vita al «più grande investimento pubblico nel sociale della storia».

Mentre scriviamo queste righe, la complessità delle vertenze e della composizione delle piazze è talmente variegata da rendere inutile e pretestuoso – ammesso che serva a qualcosa – un giudizio di valore sulle proteste (a partire però da un presupposto: le piazze e i moti non si giudicano ma si attraversano). 

Tuttavia, con la puntualità di un orologio svizzero, poche ore dopo i primi tafferugli nel napoletano, i media appongono in modo sparso le immancabili etichette da folk devil (riprendendo un termine usato da Valerio Marchi). A Napoli, infatti, per la descrizione dei protagonisti degli incidenti vengono usati i soliti appellativi: ci sono i fascisti e gli immancabili ultras, a cui sono aggiunte figure “tutte napoletane” come quelle dei parcheggiatori abusivi e dei camorristi. Delle letture giornalistiche così affrettate che denotano punte di razzismo e colonialismo nell’analisi di qualsiasi fenomeno. I resoconti delle proteste che hanno avuto luogo a Roma sabato 31 ottobre, invece, rendono manifesta la parzialità di questa lettura: mentre alle poche decine di esponenti di estrema destra vengono regalati i titoli in home dei principali quotidiani, la manifestazione dei movimenti che raccoglieva migliaia di partecipanti non è stata praticamente mai neppure neanche menzionata. 

Tutto questo non ci suona nuovo: anche in seguito alle proteste del 2 agosto a Taranto, quando un migliaio di persone – un insieme indistinto tra cittadini, studenti, disoccupati e operai – irruppero al seguito di un trerrote al comizio di sindacati e azienda in strenua e cieca difesa del lavoro, anche la stampa più illuminata utilizzò le medesime etichette: «è stata un’azione sicuramente organizzata […]. Teppa […]. Squadristi […] Si sono mescolati gruppuscoli ultras, un po’ di sottoproletariato marginale»1

A Napoli uno striscione ha aperto le manifestazioni della prima notte di lockdown « Tu ci chiudi, tu ci paghi! », uno slogan che sta girando sempre di più in diverse manifestazioni che si sono susseguite. Crediamo che sia molto importante individuare chi sia questo “tu”. Temiamo infatti il rischio che questo slogan possa trasformarsi in un boomerang, scandendo un ulteriore peggioramento delle condizioni di chi vive una situazione socio-economica subalterna. Così come a Taranto le ragioni dell’economia hanno sempre prevalso su quelle della salute, normalizzando un’emergenza che porta con sé costi sociali, affettivi e non ultimi ambientali che possono assumere proporzioni ancor più drammatiche. Nel caso dell’attuale emergenza sanitaria questo rischio si sta già materializzando: il dibattito, infatti,  si sta polarizzando sull’imposizione o meno delle condotte, invece che sul ripensamento radicale di certe politiche territoriali e di prevenzione richieste da situazioni di rischio e vulnerabilità strutturale. A nostro avviso il rischio, se non si agisce all’interno di – e per organizzare – questo legittimo malcontento, è appunto quello di continuare ad alimentare un modello economico che si fonda sulla catastrofe, tanto da conviverci benissimo, tanto da non volerne più fare a meno, tanto da desiderare e lavorare attivamente affinché essa diventi permanente. Le crisi infatti non sono mai uguali per tutti. Se molte e molti di noi stanno facendo ancora i conti con licenziamenti e la perdita di fonti di reddito avendo ricevuto poche e insufficienti tutele (ma per alcuni neanche quelle), i miliardari di tutto il mondo invece hanno visto crescere il loro patrimonio durante la pandemia. La questione centrale dunque è questa: chi pagherà le crisi per superare le dicotomie?

Rovesciare la piramide. Concludendo, le ragioni della salute, nonostante un quadro epidemiologico in grave peggioramento, sono sotto attacco.  Le ragioni dell’economia e i suoi ambasciatori pensano sostanzialmente a quello che qualcuno ha goffamente detto: sacrificare qualcuno è un effetto collaterale. Proprio come è stata sacrificata Taranto. Col virus bisogna conviverci. Proprio come accade con l’Ilva. Ciò che è certo, è che occorrerà nuovamente dar battaglia affinché la dicotomia salute/lavoro non si normalizzi nel ricatto quotidiano e nella colpevolizzazione di tante e tanti che sono alla base della piramide sociale. Almeno per ora.

  1. Alessandro Leogrande, Una scena umiliante per la spappolata Taranto, Gazzetta del Mezzogiorno, 3 agosto 2012.

La foto di copertina è di Pierfrancesco Lafratta.