Di Enrico Mariani e Francesco Mazzanti

Abbiamo scritto questo testo due anni e qualche mese fa, dopo essere stati ospiti dei nostri amici e compagni di Taranto. Secondo i puntapennisti non è invecchiato male e ci hanno chiesto se per noi fosse il caso di pubblicarlo sul blog. Ci sembra però necessario un corsivo che lo introduca e contestualizzi.

Queste righe, queste impressioni, nascono in un periodo bello e intenso, durante il quale stiamo presentando in giro grazie ai nostri amici “Sulla schiena del drago” che è stato da appena pubblicato. Viaggi e altri viaggi che ci portano a immergerci, a comparare, a prendere – nei casi migliori – le “buone distanze” dai nostri territori.  La presentazione in Città Vecchia – condotta da Michele Dentico e organizzata insieme ad attiviste e attivisti che avevano l’idea di vivere in modo intelligente e creativo gli spazi di piazza Monteoliveto e i gradoni della Chiesa di San Gregorio degli Armeni – diventa poi occasione di confronto e di racconto. Rimaniamo colpiti dalla tensione politica che respiriamo nei discorsi e negli itinerari che i nostri amici tracciano e ci invitano a percorrere insieme. La vediamo emergere dai loro racconti Taranto, mentre la attraversiamo ne vediamo delineare l’immaginario. I modi di viverla nei diversi periodi, di amarla e di odiarla, le generazioni a confronto, le abitudini e i sensi da usare per provare a sentire “quella Taranto”, di chi ci è nato. Il discorso dei tarantini ci sembra caratterizzato da una pulsante dimensione conflittuale che si esprime nel sociale, trova una sua viva espressione relazionale. 

Sono passati quattro anni dal sisma che ha cambiato per sempre la storia dell’Appennino Centrale. In Italia non c’è un piano organico di gestione dell’emergenze: ogni volta ci si reinventa da capo, come se fosse la prima volta, come se non fossimo un territorio costantemente esposto a rischi di ogni tipo. Questo nel caso specifico ha generato una struttura Commissariale ipertrofica, con 4 Commissari straordinari in 4 anni che hanno prodotto più di 100 ordinanze, notevole confusione su tutti i livelli e un progressivo scollamento, distacco con la ricostruzione, che è cosa da tecnici. Nel vasto e complesso territorio colpito, solo il 2% degli edifici è stato ricostruito. Il futuro è pieno di domande. Nessuno, dai tecnici ai politici agli abitanti, è ancora in grado di dare tempistiche certe sulla ricostruzione dei centri più colpiti: si parla di altri dieci, quindici anni. Questi centri storici, oltre che casa nell’accezione abitativa del termine, erano luogo di ritrovo in cui si attualizzavano quotidianamente i legami sociali. Il quotidiano vive di una tensione paradossale: ciò che si desidera più di ogni altra cosa – tornare alla casa e alla vita di prima – deve essere messo via, lasciato al riparo come un sogno nel cassetto sul quale non si hanno possibilità di agency. Gli abitanti, a parte rare eccezioni, sono esclusi tanto dalla ricostruzione quanto dai processi di riconfigurazione che interessano il territorio. Questo può favorire, tra l’altro, proposte e azioni speculative che si muovono secondo le modalità ben note della shock doctrine e del capitalismo dei disastri.

Verso la fine di questo testo provavamo a saldare un’ipotesi tanto impegnativa quanto, secondo noi, importante da tenere insieme: il tema di fondo che accomuna territori distanti e differenti è quello della speculazione territoriale. La questione, che viene tematizzata in modo sempre più efficace e trasversale dai movimenti sociali, riguarda le strategie di accumulazione del capitale e il modo in cui esse hanno sempre considerato la natura una riserva illimitata da cui estrarre valore, escludendo le comunità tanto dai loro piani e dalle loro decisioni, quanto dai loro profitti. In entrambi i casi si poneva e si pone tutt’ora con un’urgenza il tema di un distacco delle comunità dai territori, nel migliore dei casi lenito da un finto coinvolgimento di facciata, che avviene quando i giochi sono ormai fatti; distacco funzionale a un certo modello di sviluppo che scarica sul territorio, nel suo insieme, i suoi costi mentre privatizza i profitti.

Nel quarto anniversario dal sisma, aggiungiamo un tema che emerge con sempre più chiarezza. Sia il terremoto dell’Appennino Centrale che l’Ilva di Taranto sono sono due “questioni” fortemente situate e allo stesso tempo nazionali. Il fatto che prendano anche il nome di quei territori – e che dall’altra parte il territorio venga etichettato e identificato come “terremotato” o “inquinato” – può indurre a relegarle in una dimensione locale, che non ci appartiene. Invece le strategie e le politiche, gli esiti, le riconfigurazioni e le scelte prese sono degli oggetti politici e sociali che riguardano tutti poiché pongono degli interrogativi fondamentali sul presente e sul futuro della collettività e delle forme sociali in quanto tali. 

Siamo felici di dare un contributo a puntapenna, un blog aperto da fuorisede che tornano quotidianamente – cuore + cervello – alle lotte e ai valori del proprio territorio d’origine. Il nostro è il contributo di chi provava – prova – a gettare uno sguardo altro, straniero, sul post-terremoto dell’Appennino Centrale con l’intento di restituire una prospettiva critica e corale. Buona lettura.

Foto di Pierfrancesco Lafratta

Diario di bordo, 28/8/18:

Taranto è una città ferita, si percepisce anche stando pochi giorni. Ma soprattutto lo si coglie dai discorsi degli amici tarantini, di come ne parlano. Fumate nere e terra putrescente. Luoghi che il senso comune consiglierebbe di abbandonare, il prima possibile. La distanza tra ciò che desideriamo per i luoghi e ciò che i luoghi diventano, nella cruda – e allo stesso tempo dolce – immagine di città presente oggi. Si è allo stesso tempo innamorati e sofferenti per la città. Come se fossimo davanti a uno scempio ancora in corso e già irreparabile.

Però una voce ci dice di restare, di non abdicare. Tante voci. Sono le scritte sui muri. “Attenzione città inquinata”. Sono i cori di curva e gradinata dedicati al mostro, una domenica dodici agosto. “Per Taranto, per il Taranto”, c’è scritto su qualche maglietta. Amore per la città, allo stadio come a casa, grinta, vivacità, tensione e dibattito.

Foto di Enrico Mariani e Francesco Mazzanti

Di certo bisogna guardare anche indietro. Qualcosa si è perso della storia di questa città che fu centro della Magna Grecia. “Agricoltura, pesca e cultura. Questo era Taranto”, ha detto un amico.

Le idee di città possono essere realistiche, ma non sono mai reali. Come si potrebbe, da un punto qualsiasi, produrre l’immagine allo stesso tempo unitaria e complessa di uno spazio eterogeneo e composito come la città? È necessario semplificare. Ci servono astrazioni, mappe, rappresentazioni.

Ma se invece proviamo a descrivere l’esperienza dell’individuo nella città? È possibile? Proviamo con delle ipotesi: le città come insieme di luoghi prossimi dove, in maniera indefinita e imprevedibile, si realizzano le tensioni desideranti degli individui. Al di là della permanenza, oltre stanzialità e restanza. Chi sta in città – temporaneamente e non – produce campi di desiderio che si sfiorano, si accavallano, si annusano e si incontrano, confliggono e mai coincidono. Sono le relazioni tra questi campi, che tutti percepiamo, a produrre le *immagini di città* individuali.

Di solito pensiamo di poter governare le città, di poterle abbracciare con lo sguardo, di poterle spiegare, racchiudere, liquidare. Ma se ci interessa la dimensione corporea di chi le abita, forse dovremmo pensare a qualcosa di diverso: sono le città che ci attraversano. È sempre in relazione a tutta la città che si definisce il mio essere in un luogo preciso. Per pensare a tutta la città ho bisogno di quelle *immagini di città*, che produco e nello stesso tempo mi agiscono. E quindi seguiamo la suggestione: città che percorrono i corpi di chi le vive, città che incontrano, parlano con gli abitanti. Di fatto, continuano a parlarci anche quando questi se ne vanno. Sappiamo che tutto ciò accade di continuo.

Foto di Enrico Mariani e Francesco Mazzanti

Taranto è città diffusa e multipolare, dove le differenti *immagini di città* si specchiano nella vivacità politica di chi la abita. E qui ci riferiamo non alla politica dei palazzi, ma all’impressione di una città in cui convergono visioni, a volte in conflitto, una città in cui queste visioni vengono messe in gioco e intercettano, molto spesso, una dimensione politica legata al valore della vita tout court. Questo accade a partire da un peccato originale? Come dire, qualcuno dovrà pur sacrificarsi per l’acciaieria più grande d’Europa. Spietatamente: “il lavoro in cambio dell’abitabilità”. Tragica assurdità di cui dovremo rendere tutti conto.

Torniamo in città vecchia. Superando i resti del tempio di Poseidone ed entrando da via Duomo, si aveva l’impressione che i palazzi parlassero. Di notte, soprattutto. Quando i muri si lasciavano andare ai ricordi. Cosa ne è stato di tutti i vecchi abitanti della città vecchia, perché tutto questo abbandono? Quale sarà il volto del futuro di un centro storico tra i più antichi d’Italia? Tocca anche a noi provare a immaginarlo.

La sera della presentazione sono passate una ventina di persone. Ventagli e sudore dentro piazza Monteoliveto. Non era il luogo più fresco di Taranto e l’afa di metà agosto bagnava i capelli. Città vecchia risuonava di voci lontane, a un certo punto – puntuali come ogni sera – i fuochi d’artificio. È suggestivo portare qui il nostro libro. E c’è un silenzio di attesa, di attenta accoglienza. Abbiamo provato a raccontare dell’amore per l’Appennino centrale, a intrecciare il racconto di un viaggio a riflessioni di più ampio respiro sul futuro dei territori, sulla relazione turisti/residenti che interessa i centri di pregio, sulle possibili via di fuga tramite cui inventare il futuro dei luoghi interessati da dinamiche di marginalizzazione. Città vecchia è spopolata, abbandonata. Manca un progetto strutturale di valorizzazione che non sia calato dall’alto e coinvolga chi la abita. Al contrario, città vecchia è stata periodicamente “svuotata”. La strategia è stata grossomodo sempre la stessa: a partire dal 1934 si sono succeduti diversi progetti per la riqualificazione strutturale e infrastrutturale del borgo. Progetti mai andati oltre la prima fase: lo sgombero coatto degli abitanti verso la periferia. “Le deportazioni”. Il cuore della città, centro nevralgico dalla fondazione nel 706 a.c., snodo fondamentale dell’attuale viabilità cittadina, anello di congiunzione tra i due mari, è come un animale ferito, che agonizza lentamente. Dalla densità abitativa che si manifestava nel 1921 con 32.131 abitanti, nel 1961 diventano 19.184 e attualmente poco più di duemila. L’effetto attuale, per chi la attraversa, è straniante. Sopravvivono, accanto a maestosi abbandoni, forme residuali di abitare: i piano terra e i circoli, i tavoli e le sedie sulle vie, le chiacchiere da un balcone all’altro, il confine tra privato e pubblico continuamente negoziato in strada, tra chi abita e chi passa. Ci dicono, i nostri amici, che in realtà di qui non si passa più di tanto.

Foto di Enrico Mariani e Francesco Mazzanti

Città vecchia come cancrena, come estremità dove il sangue irradiato stenta ad arrivare. Oppure città vecchia come cuore resistente di forme di vita altrove impraticabili? Ciò che manca in ogni caso, come ci ha scritto Stefano Modeo, è la capacità di immaginare il futuro di tutta Taranto – e non solo di città vecchia – attraverso idee che escano dalla dicotomia “lavoro o salute”, idee/anticorpi contro le speculazioni sulla pelle di chi resta e contro le devastazioni del territorio.

E qui riconosciamo l’anello di congiunzione con i temi che interessano l’Appennino centrale.

Perché anche “lassù”, così come “quaggiù” la sfida è inventare il futuro tracciando una netta linea di demarcazione con politiche speculative ed estrattive. Anche “lassù”, così come “quaggiù”, si è consapevoli che questa linea va tracciata riconoscendo e coinvolgendo nella progettazione tutte le forme di abitare che svolgono funzioni di presidio territoriale. Anche “lassù”, così come “quaggiù”, la riqualificazione ad uso commerciale non va di pari passo con quella ad uso abitativo, alimentando dinamiche di gentrificazione e abbandono. Lassù non è quaggiù, ma da entrambe le realtà possiamo trarre spunti per testare gli strumenti con i quali guardiamo la realtà. E in entrambe le realtà si danno processi che nessuno dovrebbe ignorare, dal preciso momento in cui viene messa in gioco la dimensione del progettare e (ri)costruire i luoghi dell’abitare di una comunità.

La foto di copertina è di Pierfrancesco Lafratta.