Il 9 ottobre il Giro d’Italia è transitato per Taranto, nell’ambito della settima tappa partita da Matera e arrivata a Brindisi. Le immagini sono state trasmesse in diretta su Rai 2. Durante il breve passaggio, durato circa quindici minuti, i telecronisti hanno parlato della città, della sua storia e commentato le immagini trasmesse. Quale immaginario sulla città è stato veicolato? Abbiamo riascoltato la registrazione, disponibile su Raiplay: ecco alcuni appunti…

Un potente impatto estetico

Partiamo dalle immagini. Le inquadrature della città e del territorio sono affascinanti. Si alternano riprese del gruppo dei ciclisti con la città come sfondo, e inquadrature, spesso dall’alto, dei monumenti e dei luoghi più famosi. La città vecchia fa da padrona. È inquadrata da più prospettive: dalla strada, durante il passaggio dei ciclisti, e in più occasioni dall’alto. Le immagini sono altamente scenografiche. 

Proprio queste ultime riprese, durante il passaggio dal Ponte Girevole, hanno un forte impatto visivo. Peraltro, subito dopo questo passaggio, nel gruppo dei ciclisti si è registrata una caduta, senza conseguenze. Il replay – e, con esso, le immagini del ponte e dei due mari – è riproposto numerose volte da più angolature. Nei momenti in cui la corsa non è particolarmente avvincente, sono proposte riprese dall’alto del classico repertorio: Castello Aragonese, Isole Cheradi, San Cataldo, il Ponte Punta Penna, accompagnate da didascalie.

Alla luce delle immagini proposte, la città appare indubbiamente affascinante. Possiamo facilmente immaginare, ad esempio, che la visuale della città vecchia incastonata tra i due mari possa colpire chi non l’aveva mai vista. Per contro, qual è il tenore delle parole utilizzate per descrivere la città?

Taranto ha una sola dimensione?

Il racconto della città fornito dai telecronisti restituisce sensazioni ambivalenti. A più riprese i giornalisti raccontano del passato mitico di Taranto. Taras, la città spartana, il mito delle origini: la narrazione ha – come spesso accade – soltanto una dimensione, quella magnogreca. Poco più di 15 minuti sono, con tutta evidenza, un tempo molto breve e incompatibile con narrazioni più approfondite. Allo stesso tempo, la circostanza per la quale la maggior parte delle parole utilizzate per raccontare la città siano state dedicate al mito dell’origine e alla dimensione spartana è tutt’altro che neutra. 

Questa scelta si iscrive, peraltro, in una strategia di lungo periodo. Gran parte del marketing territoriale sviluppato per favorire l’arrivo di turisti ruota intorno alla promozione del passato cosiddetto spartano della città. Possiamo immaginare che le argomentazioni e i testi di racconto su Taranto siano stati forniti alla RAI dall’amministrazione comunale, che ha organizzato e sostenuto i costi del passaggio del giro per la città ionica. 

La descrizione di Taranto in diretta TV è tutt’altro che entusiasmante. Se le immagini proposte sono state di indubbio impatto, la descrizione della città è stata, nel complesso, piuttosto stereotipata. È possibile restituire, in poche battute, una rappresentazione di Taranto che non risulti irrimediabilmente kitsch? Dal nostro punto di vista sì, e chi ha fornito ai giornalisti della RAI i testi che hanno accompagnato lo scorrere delle immagini non ci sembra che ci sia riuscito. Non un passaggio, neanche generico, sulle contraddizioni del presente. Non una parola fuori di retorica: la città dei due mari, la città dei delfini, la città delle cozze

La strategia dell’omissione dei complessi problemi attuali non ci sembra particolarmente efficace, neanche dal mero punto di vista del marketing territoriale. Tutte e tutti noi abbiamo imparato a diffidare dei luoghi rappresentati come idilliaci, irrimediabilmente belli, monodimensionali: perché mai questo approccio dovrebbe essere efficace per descrivere Taranto, la città famosa in tutta Italia soprattutto per il decennale e stratificato inquinamento?

La rimozione dell’inquinamento

Quando il gruppo è in procinto di fare ingresso in città, i telecronisti annunciano che [i ciclisti] «Stanno arrivando a Taranto. Vediamo l’Ilva, che è stata ed è al centro delle cronache, una delle più grandi acciaierie d’Europa». Dopodichè, il tema Ilva viene soprasseduto . Non c’è traccia delle parole inquinamento, ecologia, ambiente, crisi. Ci siamo chiesti se la rimozione della dimensione più importante nel presente di Taranto sia fisiologica. È accettabile che si presenti la città senza parlare dell’inquinamento? È giustificabile che l’ex Ilva sia presentata come una della acciaierie più grandi d’Europa, al centro delle cronache, senza aggiungere una parola sulla natura di queste cronache?

Dal nostro punto di vista, no. Non è accettabile che si ometta una dimensione di questo tipo. Non lo è nei confronti di chi ha subito, direttamente o indirettamente, le conseguenze dell’inquinamento. Non lo è anche nei confronti di chi si mobilita per la giustizia ambientale. Anche dal punto di vista della comunicazione prodotta nei confronti del telespettatore medio – non tarantino – è una narrazione molto problematica. Appare piuttosto infantile proporre una rappresentazione del presente e del passato di Taranto contenente una rimozione così macroscopica. 

15 minuti in una trasmissione sportiva non sono, ovviamente, lo spazio in cui approfondire tematiche complesse e stratificate. Dal nostro punto di vista, però, ogni volta che si ha l’onere di presentare la città, non si può omettere la dimensione dell’inquinamento. Che si abbiano dieci, cento o diecimila parole a disposizione poco importa. Prima della retorica sulla spartanità, dell’immaginario mitologico, delle rappresentazioni stereotipate della città, è indispensabile rappresentare qual è la cifra del suo presente: inquinamento, conflitti, disoccupazione.

Un entusiasmo cieco

Ecco un esempio – tra i tanti possibili – nel quale risuonano gli effetti della rimozione. Sulla pagina Ecosistema Taranto abbiamo assistito ad una narrazione avvincente, legata ad uno sforzo titanico da parte delle forze dell’ordine e della direzione Lavori Pubblici, la quale «ha operato in tempo record per mettere a norma il percorso interessato dal Giro» e ancora «Taranto è pronta per i grandi eventi. Queste giornate di gioia e soddisfazione saranno la norma per questa città» e infine «renderemo strutturale questo decoro urbano». 

La dimensione autonarrativa della città è sintomatica della storia degli ultimi dieci anni. Sui social network numerosi post legati all’hashtag #giroditalia2020 balzano agli occhi per l’entusiasmo e il desiderio di guardare alla città come un luogo “normale”, slegato dalla sua specialità opprimente e soffocante.

Tuttavia la narrazione entusiastica, allo stesso modo della propaganda amministrativa, cela l’immagine reale di ciò che si manifesta sotto gli occhi, ne rifiuta una contronarrazione, si autoinganna puntando il dito nei confronti di chi trova la contraddizione, di chi problematizza. Sappiamo benissimo che non occorre esser tristi per essere dei militanti e che bisogna legare il desiderio alla realtà per darle una forza rivoluzionaria, ma allo stesso tempo crediamo che non mettere in dubbio le forme di rappresentazione, assecondandole per partecipare alla festa, ci faccia perdere di vista cosa stiamo concretamente festeggiando. 

Frantumare lo specchio deformante

Probabilmente oggi Taranto sta subendo il fascino di se stessa, di quello che può diventare da qui ai prossimi dieci anni. Ciò di cui siamo certi è che l’immagine che le viene restituita è falsata da una possibile rinascita propagandata su più livelli. Ecco, Taranto in questo momento ha il dovere di non lasciarsi incantare, bensì di frantumare lo specchio per osservare le mille crepe che l’attraversano. Solo se avrà questo coraggio, mettendo al centro i bisogni e i desideri di chi abita la città di sotto, avrà modo di prendersi cura di se stessa nella sua interezza, senza lasciare indietro nessuno.