Taranto è una città speciale?

Taranto è una città speciale? È una domanda che ci siamo posti spesso. La tentazione di rispondere positivamente è forte. Da un lato un passato mitico, una storia antica e gloriosa, dall’altro un presente segnato da un inquinamento senza paragoni. È piuttosto facile che chi nasce o sia cresciuto a Taranto descriva la propria città come irrimediabilmente speciale. Quali sono i caratteri di questa specialità? Che effetti produce il richiamo costante alla differenza tra Taranto e le città normali?

1. Un passato monotematico

Il mito della fondazione di Taranto è un racconto scenografico e suggestivo. Anche senza scomodare le vicende mitiche, la descrizione storiografica delle origini e dello sviluppo della città sono altrettanto epiche. Unica colonia fondata da Spartani (anche se sarebbe corretto far riferimento ai Parteni), capace addirittura di tenere testa a Roma: non è un caso che un frammento della storia della città sia diventato per antonomasia il passato di Taranto.

Negli ultimi anni, infatti, una mole importante del marketing territoriale è stato strutturato intorno all’immaginario della Taranto spartana. Uno specifico momento della storia della città, molto spesso rappresentato in maniera stereotipata, ha finito per fagocitare i restanti due millenni di storia altalenante, complessa, contraddittoria. 

Non è, ovviamente, un fenomeno che caratterizza soltanto il capoluogo ionico. Il costante richiamo a un passato mitico è una condizione di molte città, cittadine, paesi, anzi la creazione (o l’invenzione) di una mitologia sulla genesi sembra essere condizione imprescindibile per la costruzione di un’identità collettiva.  Pensando a Taranto, ci sembra che il richiamo a quel pezzetto di passato abbia assunto negli ultimi anni una forma di ossessività, finendo per consolidare l’idea che questa città sia irrimediabilmente speciale

Ad alimentare questa convinzione, vi è effettivamente una ricchezza di beni archeologici la cui fastosità (molto spesso decadente) – costituita da resti di mura antiche, tombe a camera, colonne – si impone visivamente a chiunque passeggi per la città. Tuttavia questo uso della storia, rappresentato come un’alternativa alla tristezza del presente, ci sembra che abbia prodotto, tra gli altri, due risultati politicamente rilevanti. In primo luogo ha finito per consolidare un diffuso disinteresse per l’enorme mole di storia post spartana. E in secondo luogo, proprio in ragione della costante mitizzazione del passato bellicoso della città e di una certa sensazione di superiorità legata a questa specialità storica, l’ossessione per questo profilo ha contribuito a determinare una tendenza a dare le spalle ad altre città, territori e contesti – accomunati spesso dalle stesse questioni irrisolte – che ha prevalso sulla capacità di creare alleanze, collaborazioni, coalizioni. 

Esiste al contempo un sentimento meno autocentrato legato a questo aspetto di ricerca d’identità storica Di questo sentimento non possiamo non tener conto poiché cova, come sotto una brace, il desiderio di riscatto di una comunità. Le stesse immagini passate sui grandi schermi della celebre narrazione delle Termopili, qui ha assunto nuovi significati di resistenza e di forza comune nei confronti delle vessazioni e dei soprusi percepiti dai tarantini, agiti dai governi negli ultimi dieci anni. 

2. Il presente segnato da un «dramma senza pari»

La narrazione di un’origine mitica fa il paio con la modalità con cui Taranto racconta il suo presente. È bene sgomberare il campo dagli equivoci: pensiamo con convinzione che sia indispensabile porre fine all’attuale modello di sviluppo inquinante. Lo sviluppo industriale, così come si configura a Taranto, ha contribuito a strutturare le condizioni di questo misero presente, segnato da impoverimento diffuso, diseguaglianze, subalternità.

La consapevolezza della portata dell’inquinamento a Taranto finisce, non così di rado, per tramutarsi in un paradossale compiacimento per questo primato. «Taranto è la città più inquinata d’Italia», «L’inquinamento cittadino non ha pari in Europa»: frasi di questo tenore ci sembrano profondamente ambivalenti. Da un lato sono evidentemente il punto di vista di chi, impegnato per contrastare l’industria inquinante, vuol comunicare a tutte/i la portata del problema che avvolge la città. Allo stesso tempo, ci sembra che anche la costante comparazione tra la mole dell’inquinamento ionico e quella degli altri contesti sia sentore di quanto la città si percepisca come irrimediabilmente speciale.

Non siamo in grado di valutare se effettivamente l’inquinamento tarantino e la mole di problemi economici e sociali annessi non abbiano pari in Italia e in Europa. Ci sembra, in ogni caso, che non sia un aspetto dirimente. Al contrario, dalla possibilità di creare alleanze, connessione, coalizioni con altri contesti italiani, europei e globali passa gran parte delle possibilità di cambiare il segno dell’attuale presente e disegnare un futuro radicalmente alternativo. 

3. Protesi verso il futuro: in braccio a quale normalità?

Alla fine di eventi musicali di caratura internazionale, di iniziative particolarmente riuscite o all’apertura di un nuovo locale, non è raro ascoltare frasi del tipo «finalmente Taranto sembra una città normale!». Se da una parte, quindi, la città è vista come irrimediabilmente speciale, il futuro auspicato tende invece ad assomigliare, nella retorica dominante, alla normalità che caratterizza le altre città. In particolare, le altre città pugliesi, a cominciare dai luoghi turistici del Salento – Lecce, Gallipoli e Otranto su tutti – sono i modelli di normalità verso i quali il capoluogo ionico, secondo la retorica dominante, dovrebbe auspicare.

Questa retorica ci sembra profondamente ambivalente. Da una parte c’è in città un diffuso desiderio di riscatto e alterità – una risorsa a nostro avviso imprescindibile. Allo stesso tempo, in questo ordine del discorso c’è un grande fraintendimento. Questa normalità auspicata, quella che organizza la vita delle altre città, è tutt’altro che neutra, liscia, priva di contraddizioni.

La normalità che ci circonda ha un segno politico, economico e sociale preciso. C’è una parola capace di definirla in maniera molto precisa: è la normalità neoliberista. Una normalità che potremmo definire speciale: lungi dall’essere soltanto una modalità di organizzazione dell’economia, il neoliberismo organizza gli aspetti affettivi, sociali, comunicativi, relazionali delle nostre vite. 

Quanto il neoliberismo agisca in maniera predatoria nei confronti dell’ecosistema e della forza lavoro, distribuendo povertà, diseguaglianze, asimmetrie di potere, è particolarmente visibile nei periodi di crisi che attraversiamo. Le acritiche (ma non disinteressate) rivendicazioni di un auspicabile sviluppo postindustriale, all’interno di uno schema compiutamente neoliberista, rischiano di arricchire i soliti esponenti del mondo dell’imprenditoria e di replicare, anche a queste latitudini, le mille forme di sfruttamento lavorativo ed esistenziale per lavoratrici e lavoratori. 

Il modello a vocazione turistica che ha caratterizzato i territori circostanti ha infatti dei connotati di disuguaglianza oltremodo evidenti. Si tratta infatti non solo di un settore che nelle università viene assurto ad esempio come mercato soggetto ad ampissime variazioni anche in brevissimi lassi di tempo ma, secondo diverse ricerche, si tratta soprattutto di un comparto caratterizzato da salari bassissimi, orari di lavoro che non vengono mai rispettati e pressoché totale assenza di tutele per i lavoratori. Per ampie fasce della popolazione potrebbe trattarsi del più classico salto dalla padella alla brace.

4. Un impegno collettivo: costruire alleanze per futuri speciali

È possibile, in conclusione, mettere in discussione la relazione che Taranto ha con l’immagine di se stessa? Ponendosi le giuste domande, probabilmente sì. Ogni volta che si racconta la città, potrebbe essere politicamente molto utile mettere in luce le affinità con gli altri contesti oltre che le divergenze. Negli ultimi due anni, grazie al movimento globale per la giustizia climatica, il tema dell’ecologia ha attirato l’attenzione del mondo intero. Si scopre così che i contesti assediati dai disastri ambientali sono molteplici, vicini e lontani. L’iscrizione di Taranto a pieno titolo all’interno di questo movimento globale consentirà la  sprovincializzazione del dibattito pubblico cittadino e potrebbe favorire la nascita di inedite alleanze con altri contesti.

Il punto di vista critico sul futuro è un tassello che forse è mancato nelle rivendicazioni locali degli ultimi anni, concentrate nel superamento di un drammatico presente. La piena comprensione di quanto il neoliberismo abbia natura predatoria anche quando assume il volto del turismo, della cultura e, più in generale, dell’economia postindustriale, diventa necessario nel momento in cui si allungano le mani sul futuro della città. Costruire collettivamente un immaginario futuribile irrimediabilmente distante, in un sol colpo, dall’odierno presente inquinato e dai disastri del neoliberismo significa avere la premura di non cadere negli errori così lampanti a pochi chilometri dal capoluogo jonico.

Siamo inoltre convinti che in questo momento Taranto sia uno dei paradigmi della questione meridionale. Non si può, infatti, parlare di futuro del Mezzogiorno senza fare i conti con tutte le numerose crisi politiche irrisolte presenti a Taranto: dal lavoro all’ecologia, dalla turistificazione dei centri storici alle periferie, dalla sanità all’istruzione, al welfare. In questo sì vi è una specialità urgente, quella di rendere la città un laboratorio del Sud in cui sperimentare i migliori futuri possibili per tutte e tutti. 

La foto di copertina e quelle interne all’articolo sono di Pierfrancesco Lafratta.

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  1. Complimenti a Michele Dentico esa tutti coloro che collaborano alla creazione di questa nuova voce¡ Che aiuti a riflettere tutte le parti in gioco sulle politiche finora sbagliate che hanno spinto molte tarantine e molti tarantini ad emigrare. Io sono una fra quelle.

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