Taranto, città dai molti centri e dalle periferie disseminate, racchiude nella sua maglia urbana il racconto di un luogo complesso, stratificato, multiforme. I resti gloriosi delle testimonianze del passato convivono con una storia contemporanea di vita pulsante e cemento, povertà e ricchezza, chiassosi suoni e pacifici silenzi al di là del mare.

Una linea di confine invisibile segna la fine della città, interrompe gli ampi orizzonti del golfo e pone argine ai desideri di dignità e riscatto di un popolo. Pochi metri intercorrono tra il quartiere Tamburi, nella periferia ovest, e la più grande fabbrica siderurgica di Europa. Qui colline di sostanze inquinanti e strade arrossate dagli ossidi di ferro conducono lo sguardo a un presente negato con violenza e a un futuro svuotato di semantica.

La manifestazione di sabato 4 maggio è una delle tante che si sono susseguite a Taranto sul tema inquinamento durante gli ultimi 10 anni. Eppure la potenza di quel corteo non risiede nella forza dei numeri né nel colore della partecipazione, ma nella sua portata simbolica: la scelta del percorso è tutta nuova, apre una nuova soglia e la attraversa, nega il confine tra città e fabbrica, segna un nuovo inizio dei luoghi e dei tempi del conflitto e del riscatto. Si esce dai confini rassicuranti dello spazio urbano per andare ad affrontare idealmente il nemico: non è la stella polare ad orientare cammino e direzione, ma le alte ciminiere che insistono nel cielo plumbeo. 

Una pioggia incessante insiste sui corpi dei manifestanti, per tutta la durata del corteo, dando il ritmo al cammino, compiendo una selezione naturale aiuta a riconoscersi corpo. Gli ombrelli sono molto meno dei partecipanti. L’acqua bagna e magnifica la percezione, modifica il paradigma estetico se per estetica intendiamo, con le parole di Bifo, la sintonia e la sensibilità che si instaurano tra gli organismi e l’ambiente in cui sono immersi.

La scenografia, cupa e sospesa, continua a stagliare metafore sullo sfondo: le coperture dei parchi minerali, una pezza a colori a spese dello Stato affinché si continui a generare il profitto della nuova governance privata, mette letteralmente le polveri sotto il tappeto. Con tutta la sua imponenza teatrale caratterizza già lo skyline insieme alle solite ciminiere. Migliaia di passi scrivono una storia nuova dei luoghi e delle pratiche di partecipazione.

Ad aprire il ruscello di persone che confluisce tra la fabbrica, eterno presente, e l’acquedotto antico, residuo del passato, uno striscione eloquente: «Il tempo è scaduto, cambiamo Taranto». Una moltitudine di corpi lascia la città alle sue spalle. Sembra essere scaduto anche il tempo del confronto che narcotizzava le differenze e le discussioni. Il terreno di lotta privilegiato rimane la produzione del discorso della protesta collettiva e i diversi modi con cui praticarla: è lì che continua a ri-conoscersi il corpo politico, quasi uguale eppure in lento ma continuo mutamento.

Il discorso della protesta che anima la città e serpeggia tra i suoi vicoli si ripresenta anche questa volta non privo delle sue sedimentazioni. Perché, è bene dirlo, la protesta a Taranto non nasce il 4 maggio, che è una nuova manifestazione che prosegue nel solco già tracciato dalle altre, permettendo il confronto tra le diverse anime antagoniste alla grande fabbrica. Se le convergenze tra queste componenti risultano ancora deboli e sporadiche, tutte si ritrovano però a rivendicare questo spazio di lotta, frammentato ma capace di mettere in luce una buona dose di vitalità e partecipazione, sulla quale era lecito il pessimismo vuoi per il percorso inedito che si sarebbe attraversato o per la pioggia che non aiuta le adunanze.

Le modulazioni del dissenso a Taranto non appartengono attualmente a nessun gruppo egemone. Sembra quasi che nessuno possa arrogarsi il diritto di parlare a nome di tutti, o meglio: tutti i tentativi potrebbero rivelarsi vani. La mancanza di un gruppo egemone non significa però mancanza di egemonia. A Taranto il discorso ambientalista è tutt’ora attualissimo, totalizza le discussioni, con opinioni spesso contrastanti, talvolta inconciliabili. E la mancanza di un gruppo egemone significa che, per quanto forse non ci sia ancora un’organizzazione collettiva che permette l’affermazione politica e programmatica di questo universo rivendicativo e l’espressione di questo corpo politico, rimane spazio per poter esprimere, determinare e modulare questo percorso. Il susseguirsi degli interventi anche contraddittori che guidano la testa del corteo mostra che questo esempio di democrazia dal basso è genuino e acerbo. Con tutto ciò che comporta: tanti limiti, sicuramente, ma anche potenzialità che forse sono ancora da scoprire.

Se è facile scorgerne i limiti, e il più grande riguarda l’ormai cronica assenza di una strategia complessiva, è necessario anche individuarne le potenzialità: la rivendicazione della strada con i corpi permette di riconoscersi tutti come un corpo collettivo. Su questa pratica, dalla quale non si può prescindere, occorre un ragionamento più profondo, che non prenda in carico etichette e povere divisioni in buoni e cattivi e riesca a contenere le differenze senza la pretesa di narcotizzare o omologare pratiche e rivendicazioni.

Il corteo rappresenta ancora un terreno di confronto e conflitto in una città martoriata. Quella del 4 maggio è una chiamata di un piccolo e giovane gruppo a cui hanno risposto in tanti, attori nuovi ma anche già visti. Detto in altre parole, la manifestazione si è presentata come un mosaico in cui ogni pezzetto, ognuno con le sue pratiche, compone questo discorso. È emerso proprio questo: un mosaico, dove ogni pezzetto conta e dove il risultato è più della somma delle parti. La pratica mette in luce, semmai ce ne fosse bisogno, la presenza delle differenze più o meno nette che compongono il movimento.

È da qui che si potrebbe ripartire: da 3mila corpi per le strade che escono dalla città per affrontare il nemico. Fare fronte comune, salvaguardando le differenze, mantenendo una dialettica interna, proprio come è stato durante la manifestazione. Interrogarsi insieme sui limiti che comporta l’assenza di una tattica e di una strategia condivise e convergenti. Ragionare dal basso su come utilizzare strategicamente gli elementi che si hanno a disposizione, come riempire gli spazi vuoti della politica, come intervenire sull’immaginario, come modulare creativamente le possibilità del conflitto e scriverne nuove geografie a partire dall’opposizione ai deserti che cingono la città. Sono queste alcune delle nuove sfide che avremo davanti.